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venerdì 7 settembre 2018

Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola…da "Lettera a una professoressa" - Don Lorenzo Milani

"…Se ognuno di voi (insegnanti) sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l'ingegno per farli funzionare.
Io vi pagherei a cottimo.
Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una.
Allora l'occhio vi correrebbe sempre su Gianni.
Cerchereste nel suo sguardo distratto l'intelligenza che Dio ci ha messa certo uguale agli altri.
Lottereste per il bambino che ha più bisogno, trascurando il più fortunato, come si fa in tutte le famiglie.
Vi svegliereste la notte con il pensiero fisso su lui a cercar un modo nuovo di fare scuola, tagliato su misura sua.
Andreste a cercarlo a casa sua se non torna.
Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d'essere chiamata scuola…


- Don Lorenzo Milani -
 da: "Lettera a una professoressa"





"Dopo l'istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche i ragazzi di paese. Tutti bocciati naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio. 
Il maestro per loro era dall'altra parte della barricata e conveniva ingannarlo.
Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c'era registro.
Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio. 
Comunque sul principio era l'unica materia scolastica che li svegliasse.
Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio.
Due pagine erano tutte consumate. 
Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s'è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un'altra volta. 
Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. 
Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente. 
E' razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori. 
Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino.
Volevano che ripetesse la prima per la terza volta. 
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno. 
Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età. 
Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. 
Sandro se ne ricorderà per sempre. 
Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no. 
La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. 
Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani. 
Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda ed in terza leggete roba scritta per adulti.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. 
Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare. 
A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. 
Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo. 
Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. 
Ma agli esami una professoressa gli disse: - perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere? -
Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. 
Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima.
Bella cura la vostra. 
Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle  all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo. 
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. 
Appartiene alla ditta. 
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla.  E il babbo serio: - Non si dice lalla, si dice aradio -
Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.  
"Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua." 
L'ha detto la Costituzione pensando a lui."


(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, Libreria ed. fiorentine, Firenze, pp 16-19)






giovedì 7 luglio 2016

da: "Non so niente di te" - Paola Mastrocola

Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Un genitore non sa cos’è il meglio per suo figlio. Non lo può sapere, come potrebbe? 
E' Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma. Un po’ come si sta davanti al mare a guardare il mare. Cosa si fa davanti al mare? Si guarda il mare. Basta. Si accompagnano le onde con lo sguardo. Questo. Una per una. Come faceva il mio amico Malmecca con le foglie: le accompagnava, le prendeva in braccio un attimo prima che cadessero. Le… accompagnava. Hai presente? Le onde che si frangono, le foglie che cadono, la canna da pesca che si piega quando il pesce abbocca… Così. Accompagnare. Anche i figli bisogna accompagnarli. Stare a guardarli, come le onde. […] 
Un figlio che non continua il padre spezza una linea. La rompe. È un elemento di rottura, un figlio così, si può dire? L’ho pensato spesso. Ma adesso non lo penso più. […] 
Dovreste essere curiosi, voi genitori. Molto curiosi dei figli. Dovreste morire dalla curiosità di vedere dove diavolo andrà a finire, quella linea spezzata che è partita da voi, e che si spezzerà ancora decine di volte nei secoli, con i figli dei vostri figli e i figli dei loro figli. Decine di volte! Invece, siete sempre così scontenti… Così incontentabili. Siete così privi di curiosità, voi genitori… Sembra che conosciate già tutto, che sappiate al millesimo che fine farà ogni cosa, ogni figlio… Non vi lasciate sorprendere. Non prevedete neanche la possibilità di una sorpresa. Peccato. Vi private di una grande felicità… “.

- Paola Mastrocola - 

da: "Non so niente di te"



I nostri studenti che "vanno male" (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. 
Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. 
La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo.
Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all'uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. 
Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell'indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. 
Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. 
E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l'eternità in un barattolo.

- Daniel Pennac - 
scrittore



È più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere.

- Alberto Hurtado, gesuita - 






Come sempre nel nostro Paese quando si deve tagliare, si tagliano la cultura e la ricerca, ritenute evidentemente un inutile lusso.

- Margherita Hack, astrofisica - 


Buona giornata a tutti. :-)













sabato 13 febbraio 2016

Quale scuola? - don Franco Locci

"I ragazzi di oggi sono tutti 'imparati' - mi diceva un papà - mio figlio fa la prima elementare, sono cinque mesi che va a scuola, scrive, ha cinque quaderni e quattro insegnanti e l'altro giorno è venuto a chiedermi un piccolo aiuto perché non ricordava bene la scomposizione dei numeri…".

Ci insegnano tutto, ma un certo giorno ti accorgi che non ci hanno insegnato a vivere. Ci hanno insegnato le scienze e spesso hanno ridotto l'uomo ad una macchina, ci hanno insegnato la matematica, perché nella vita se non sai contare e contare a tuo favore…, ci hanno insegnato a farci largo a spallate pur di essere sempre i primi della classe, pur di far carriera, ci hanno insegnato ad avere molto come se la felicità coincidesse con l'avidità. Ci hanno detto che se vuoi sopravvivere nella giungla devi tirare fuori le unghie ed aggredire prima di essere aggredito. Ci hanno insegnato una libertà che spesso lega le nostre e le altrui mani… ed ecco che alla fine sembra che gli ingredienti della vita siano solo più cupidigia, abuso di potere, desideri abietti, orgoglio, gelosia, violenza… Mi rifiuto. La vita non può essere così, cari maestri, un altro Maestro Gesù, mi ha detto che questi ingredienti servono solo a realizzare la vera miseria dell'uomo. Preferisco credere a quel Maestro che per insegnarmi amore è finito su una croce e non su una cattedra.

- don Franco Locci -



C'era una volta...

un patto tra Scuola e società, in base al quale si volevano le stesse cose e si lavorava nella stessa direzione. 
Ad esempio la Scuola esigeva studio e fatica, e la famiglia era d'accordo. 
C'era una meta condivisa, dietro a tutto ciò: una buona formazione culturale che la Scuola s'impegnava a fornire; di questa formazione culturale faceva parte ad esempio la koiné umanistica, una buona base di conoscenze letterarie e filosofiche, un plafond di letture comuni e consolidate. 
Un tal patto c'era fino a pochi anni fa, adesso è saltato e nessun altro patto, se non confuso, mi sembra di vedere all'orizzonte. 
Adesso la famiglia rema contro, e desidera che i propri figli sorridano e siano lasciati il più possibile in pace, senza traumi, punizioni, prezzi da pagare. Adesso noi insegnanti percepiamo di avere un nemico e questo condiziona e intristisce non poco il nostro lavoro; abbiamo "paura", stiamo molto sul chi va là, pronti a difenderci dagli attacchi del "nemico". 
Che poi, immaginerete, sono i genitori. Quindi, siamo noi stessi. O meglio, la società in generale. 
Purtroppo quando noi genitori chiediamo alla Scuola che sia facile e divertente, che abolisca le difficoltà, la fatica e l'impegno, noi in realtà chiediamo alla scuola di  snaturarsi, e di abdicare anche lei, così come abbiamo abdicato noi. Quindi,  noi insegnanti che cosa mai possiamo fare di fronte alla richiesta di noi genitori?


Non importa che tu sia un insegnante che chiede di fare molti compiti o uno più indulgente, un carismatico alla John Keating (l’insegnante del film L’attimo fuggente) o un esigente alla Jaime Escalante (l’insegnante del film La forza della volontà), in un’aula ci si può prendere cura degli allievi in molti modi. E, fortunatamente, gli studenti non sono schizzinosi quando si tratta di ricevere cure, ma accettano tutto quello che viene loro offerto.
Non hanno veramente bisogno di tutti quegli strumenti tecnologici che vengono pubblicizzati durante i corsi d’aggiornamento professionale. Può darsi che apprezzino le novità ma, quando queste svaniscono, torneranno a chiedersi se tu, il loro insegnante, tieni davvero a loro.
Prendersi cura è un compito impegnativo. M’impone di mettermi nei panni di qualcun altro, di essere comprensiva ed empatica; di vedere l’altro, il mio studente, come vorrei essere vista io.
Gli studenti difficili sono stati i miei più straordinari insegnanti.

Lizanne Foster, insegnante



Buona giornata a tutti. :-)


lunedì 19 ottobre 2015

da: "Cuore" (1886) - Edmondo De Amicis

OTTOBRE 

Il primo giorno di scuola 
17, lunedì 

Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s'accalcava tanta gente che il bidello e la guardia civica duravan fatica a tenere sgombra la porta. Vicino alla porta, mi sentii toccare una spalla: era il mio maestro della seconda, sempre allegro, coi suoi capelli rossi arruffati, che mi disse: - Dunque, Enrico, siamo separati per sempre? - Io lo sapevo bene; eppure mi fecero pena quelle parole. Entrammo a stento. Signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve, tutti coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell'altra, empivan la stanza d'entrata e le scale, facendo un ronzio che pareva d'entrare in un teatro. Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni. folla, le maestre andavano e venivano. La mia maestra della prima superiore mi salutò di sulla porta della classe e mi disse: - Enrico, tu vai al piano di sopra, non ti vedrò nemmen più passare! - e mi guardò con tristezza. 

Il Direttore aveva intorno delle donne tutte affannate perché non c'era più posto per i loro figliuoli, e mi parve ch'egli avesse la barba un poco più bianca che passato. 
Trovai dei ragazzi cresciuti, ingrassati. 
Al pian terreno, dove già fatte le ripartizioni, dei bambini delle prime inferiori che non volevano entrare nella classe e s'impuntavano come somarelli, bisognava che li tirassero dentro a forza; e alcuni scappavano dai banchi; altri, al veder andar via i parenti, si mettevano a piangere, e questi dovevan tornare indietro a consolarli o a ripigliarseli, e le maestre si disperavano. 
Il mio piccolo fratello fu messo nella classe della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano. 
Alle dieci eravamo tutti in classe: cinquantaquattro: appena quindici o sedici dei miei compagni della seconda, fra i quali Derossi, quello che ha sempre il primo premio. Mi parve così piccola e triste la scuola pensando ai boschi, alle montagne dove passai l'estate! 
Anche ripensavo al mio maestro di seconda, così buono, che rideva sempre con noi, e piccolo, che pareva un nostro compagno, e mi rincresceva di non vederlo più là, coi suoi capelli rossi arruffati. 
Il nostro maestro è alto, senza barba coi capelli grigi e lunghi, e ha una ruga diritta sulla fronte; ha la voce grossa, e ci guarda tutti fisso, l'un dopo come per leggerci dentro; e non ride mai. 
Io dicevo tra me: - Ecco il primo giorno. Ancora nove mesi. 
Quanti lavori, quanti esami mensili, quante fatiche! - Avevo proprio bisogno di trovar mia madre all'uscita e corsi a baciarle la mano. 
Essa mi disse: - Coraggio Enrico! Studieremo insieme. - E tornai a casa contento. 
Ma non ho più il mio maestro, con quel sorriso buono e allegro, e non mi par più bella come prima la scuola.

 - Edmondo De Amicis -
da: "Cuore" Primo capitolo



"Il primo giorno di scuola? Siamo usciti fuori. Abbiamo cercato il nostro centro. Ci abbiamo messo una lumaca e ci abbiamo costruito intorno e in tondo cerchi di pere selvatiche, di foglie secche, di ghiande e legnetti, di sassolini colorati, di cous cous, di fave e lenticchie, di riso, di stracciabraghe, di mirto odoroso … 
Il nostro universo – che è sempre pluriverso – inizia da qui. 
Dal nostro mandala di semi di terra. 
Da questa armonia. 
Dal tempo che ci prenderemo senza fretta, il tempo che ci serve per imparare e vivere, per la scuola che vogliamo, lenta, profonda e dolce...."

Rosaria Gasparro , maestra



Insegnare è probabilmente la professione più nobile, altruista, difficile e rispettabile del mondo, ma è anche la meno apprezzata, la più sottovalutata, la più malpagata e la meno gratificante professione del mondo.

- Leonard Bernstein - 
direttore d'orchestra




Troppe decorazioni in classe inducono a distrarre gli alunni e ad ottenere un basso livello di attenzione.
Paradossalmente gli alunni delle aule spoglie sono più fortunati degli altri dato che imparano meglio e più facilmente.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science, le classi troppo decorate danneggiano l’apprendimento degli scolari.
Secondo Anna V.Fisher, Karrie E. Godwin e Howard Seltman, professori all’Università di Carnegie-Mellon di Pittsburgh, disegni, cartelli, fogli appesi, riescono solo a distrarre gli alunni.

“I bambini passano la maggior parte del tempo in una aula scolastica e abbiamo dimostrato che la decorazione di questa influisce molto sul loro apprendimento.” spiega Anna Fisher, autrice dello studio.





Quando noi andavamo a scuola, crescevamo con l’idea che se uno lavorava sodo e bene, poi poteva andare all’università, e trovare un buon lavoro; i ragazzi di oggi non credono più a questo modello, e non si sbagliano del tutto. È vero che è meglio avere una laurea, ma questo non garantisce il fatto di trovare un lavoro, specialmente se il percorso per raggiungerlo ti porta a marginalizzare le cose che tu pensi siano importanti. Si parla così di “alzare gli standard”, tutti parlano di “alzare gli standard”, del resto perché bisognerebbe abbassarli?

- Ken Robinson - 
educatore



Buona giornata a tutti. :-)

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