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lunedì 18 novembre 2019

Saturnino vola in Paradiso


Il Maligno stava scrutando con attenzione gli uomini sulla terra, attento come sempre alla possibilità di accaparrarsi qualche nuova anima.

Guarda di qua e guarda di là, fu attratto da una gran profusione di persone che stavano uscendo da una chiesa. Aguzzò ulteriormente lo sguardo tendendo le orecchie come due antenne e, in un baleno, fu come se lui stesso si trovasse in mezzo a quella gente.
Sentì quindi tutti gli elogi con cui chi aveva assistito alla funzione domenicale apostrofava il vescovo della città che, a quanto pareva, aveva appena tenuto uno dei suoi famosi sermoni.
Potete immaginarvi la curiosità di Satana. Chi era questo famoso predicatore sfuggito alle sue sgrinfie?
Si trattava di san Donato, vescovo di Arezzo, le cui argomentazioni, forgiate con voce possente, erano riuscite a sconfiggere i più grandi avversari della Chiesa.
Seduto nel suo antro fumoso, Satana cominciò a rimuginare sul da farsi, ma prima di prendere qualsiasi decisione volle sfogliare la grande enciclopedia in cui ogni anima veniva citata dettagliatamente.
Ecco cosa trovò alla voce "Anima di san Donato".

L'anima di questo soggetto possiede grande forza, la sua struttura è legata a un corpo altrettanto forte e robusto. Cresciuto in ambiente contadino, ne ha ereditato i saldi principi legati al rispetto della natura e dell'essere umano che da essa trae vigore.
Di temperamento focoso, Donato ama cimentarsi in qualsiasi tipo di disputa e non disdegna neppure qualche baruffa.
Questa anima non appartiene al tipo ascetico, considerando la sua permanenza sulla terra una palestra di prova per rinforzare se stessa e lo spirito che la guida.
L'uomo che ospita quest'anima apprezza i piaceri della compagnia, della buona tavola e del buon bere.
«Caspita!» pensò il diavolo. «Questo qui me lo lavoro io a dovere! Se il fiuto non m'inganna, il terreno è fertile per piantare le mie radici». E così si mise a considerare quale dei suoi aiutanti poteva impegnare in quell'opera.
Gli venne in mente un diavoletto decisamente maligno e furbo che, uscito a pieni voti dal corso di "tentatore", aveva già dato buona prova delle sue capacità.
Il Maligno fece così chiamare Saturnino, questo era il nome del diavoletto, e gli affidò il delicato incarico di circuire l'anima di Donato e di farne una sua conquista.
A Saturnino non parve vero di tenersi un po' in forma con le tentazioni che da qualche tempo non esercitava più, avendo avuto solo incarichi amministrativi.
Per prima cosa seguì Donato per diversi giorni, tenendosi però lontano da lui, anche a causa di quell'odore di zolfo che sempre gli rimaneva appiccicato addosso quando usciva dall'Inferno.
Poi, fattosi un'idea più precisa sul sant'uomo, preparò un dettagliato piano di attacco.
La prima mossa coinvolse l'ignara perpetua che da tanti anni provvedeva alla cura della canonica.
Teresa, ormai di mezza età, era rimasta vedova ancora giovane e aveva potuto allevare i tre figli grazie alla generosità del suo vescovo; così le era sembrato più che giusto rendersi utile occupandosi di lui come una affezionata sorella.
Donna di grande giudizio, aveva accudito Donato con la stessa dedizione con cui aveva cresciuto i suoi figli, né mai il suo sguardo si era posato su di lui con occhio diverso da quello di una madre.
Lo rispettava profondamente e lo ammirava per la forza con cui affrontava ogni problema della sua diocesi, occupandosi anche dei più piccoli dettagli.
Eccellente cuoca, Teresa indulgeva verso le golosità del suo benefattore e la tavola di Donato era rinomata per i manicaretti che la brava donna riusciva a preparare anche con poca spesa, senza contare che chiunque si trovasse nell'indigenza poteva sempre fare affidamento su quel generoso desco.
Saturnino pensò quindi di mettere in pratica una delle più antiche tentazioni: quella della sensualità femminile. Non diceva anche la Bibbia che la donna è la prima fonte di peccato?
Fu così che l'ignara Teresa finì preda di quel furbacchione.
Figurarsi la sorpresa di Donato quando una sera vide la sua brava perpetua presentarsi con il solito bicchiere di latte, ma...
Le vesti erano inequivocabilmente provocanti e, diciamolo fra noi, anche ridotte all'essenziale. I capelli, solitamente raccolti in una crocchia, facevano bella mostra, morbidamente sciolti sulle spalle; e quella voce suadente...
"Perbacco! Cos'è accaduto?" pensò sconcertato l'uomo.
Ma se Saturnino era furbo, il vescovo non era da meno. Senza lasciarsi trarre in inganno, Donato si alzò in piedi e, dall'alto della sua imponente mole, gridò con quanto fiato avesse in gola: «Fuori da lì, manigoldo!».
E, così dicendo, prese la scodella del latte, lo benedisse e si mise ad aspergere la donna e tutto quanto si trovasse lì intorno.
A contatto con il liquido benedetto Saturnino non poté resistere dal bruciore, gli sembrava di essere ustionato da olio bollente. Per tutti i diavoli, ma quello era peggio dell'Inferno!
Con un balzo uscì dalla donna, andando a nascondersi nel primo anfratto buio che trovò sulla sua strada. Bella figura aveva fatto! E ora, che avrebbe raccontato al suo signore?
Intanto, nella canonica, Teresa, tornata in sé, stava valutando la situazione con grande imbarazzo, non riuscendo a capire come mai si trovasse lì in quelle condizioni.
«Portami un'altra tazza di latte, per favore, e non preoccuparti» le disse gentilmente il vescovo: «non è successo niente, abbiamo solo ricevuto una visita inattesa, ma adesso è tutto sistemato».
Passò un po' di tempo e il nostro diavoletto si riprese alla grande dallo smacco e dallo spavento di quella sera.
Gironzolando intorno a Donato, in attesa di un momento favorevole per intervenire, gli si presentò ben presto l'occasione di introdursi nei suoi sogni. Quale momento migliore per trovare quell'uomo indifeso e vulnerabile?
Approfittando di un pisolino che il vescovo si era concesso dopo il pasto di mezzogiorno, si avvicinò cauto bisbigliandogli all'orecchio: «Ascolta la voce di un amico... Io posso darti potere e gloria... Abbandona la strada del bene ed entra a far parte dei servitori del mio signore: lui ti colmerà di tutto ciò che un uomo possa desiderare!».
Donato stava godendosi il sonnellino pomeridiano ma, messo in allerta dalla prima visita di quell'abitante degli inferi, non abbandonava mai completamente le sue difese.
Così, nella parte vigile della sua mente, suonò immediatamente un campanello
d'allarme: "Attento, si sente odore di zolfo!".
Il sant'uomo finse allora di russare rumorosamente, ma in realtà si stava preparando ad attaccare contando sulla sorpresa.
Infatti Saturnino si era messo tranquillo di fianco all'uomo addormentato e continuava imperterrito a sciorinare promesse e lusinghe.
D'un balzo Donato si alzò e, prendendo il diavoletto per gli zoccoli, cominciò a sbatacchiarlo di qua e di là come un tappetino; poi, con uno scatto veloce, inusuale per un uomo della sua mole, lo afferrò per la gola stringendo così forte che a Saturnino non rimase che chiedere indulgenza.
«Abbi pietà, buon vescovo» tossicchiava il miserello: «se mi lascerai andare, non ti importunerò mai più, parola di diavolo!».
Sbuffando come un mantice, Donato si accontentò di immergere il malcapitato nell'acquasantiera della sacrestia, dove lo lasciò in ammollo più morto che vivo.
Quando finalmente riuscì ad aggrapparsi ai bordi dell'ampio bacile, Saturnino trovò a malapena la forza per sgattaiolare fuori e raggiungere una buia grotta fuori città, direttamente collegata con le gallerie infernali e lì, finalmente, poté riprendere fiato e farsi curare dagli gnomi dell'oscurità.
Rimessosi in forze, il nostro diavolo pensò che forse sarebbe stato meglio lasciar perdere quella missione e starsene per un po' lontano da quei luoghi. 
A lui che importava di Donato e della sua virtù? Se la tenesse... in fondo Saturnino era sempre stato un assertore del libero arbitrio.
Ma non così la pensava Satana, che subito lo mandò a chiamare, minacciandolo di tremendi castighi se non gli avesse portato al più presto l'anima di quel cocciuto seguace della bontà e, pronunciando quella parola, storse la bocca in un terribile ghigno di disprezzo.
Tutto mogio, il nostro diavolo si rimise in cammino, ma l'antica baldanza era completamente svanita.
Magro da far pena, spelacchiato e in preda a frequenti tremori, Saturnino si aggirava per le strade di Arezzo indeciso sul da farsi.
Tanto per tenersi in allenamento, si nascondeva negli antri più scuri o agli angoli dei vicoli per balzar fuori all'improvviso e spaventare gli occasionali passanti, ma i più lo guardavano con disgusto, scambiandolo per un cane randagio, oltretutto un po' rognosetto.
Il suo orgoglio era profondamente ferito, doveva ad ogni costo raccogliere quello che rimaneva dell'antico vigore e affrontare nuovamente il vescovo. S'intrufolò nella sua casa e, approfittando della momentanea assenza di Teresa dalla cucina, cominciò con lo sbafarsi la rimanenza della cena; poi, rimuginando su quale tipo di tentazione mettere in atto, finì con l'intrufolarsi dentro un abito di Donato.
Era il mese di gennaio e quell'anno il freddo non scherzava; così Saturnino, abbondantemente rifocillato, finì con l'addormentarsi sodo e al calduccio.
Ma quando si risvegliò si trovò avvinghiato dalla stretta terrificante di quella che avrebbe dovuto essere la sua preda.
«Diavolaccio malefico» stava gridando Donato, «ti farò passare io la voglia di importunare i vescovi!».
Quindi lo portò sul campanile legandolo strettamente al batacchio della campana grande, così che ogni volta questa suonava il diavolo veniva scosso, urtato, tirato e frastornato come un cencio battuto sulla pietra.
I topi che abitavano la torre campanaria si chiesero ben presto che ci facesse lì quel coso e cominciarono a rosicchiare la corda che lo teneva legato, finché, finalmente, lo liberarono dall'incomoda situazione facendolo cadere con un tonfo sul pavimento. 
Per la prima volta Saturnino cominciava seriamente a dubitare sulla sua natura diabolica, eppure non voleva ancora darsi per vinto. Alla prima occasione scese cautamente nelle stanze di Donato e si nascose nella sua tabacchiera; così, quando questi ne sollevò il coperchio, balzò fuori con un urlo da far accapponare la pelle. Ma non era così facile intimorire un santo, e tanto meno quello.
«Sei dunque tornato, spiritello malvagio» gli disse, osservandone con soddisfazione l'aspetto malconcio. «Ora ti sistemo una volta per tutte, così potrai riferire al tuo padrone che con me non c'è niente da fare!».
Detto questo, Donato prese il diavolo per un orecchio e lo ficcò dentro il ripostiglio dove erano conservate tutte le preghiere che il vescovo aveva rivolto al buon Dio.
Questo fu il colmo! Saturnino strabuzzò gli occhi, si contorse in preda a spasimi atroci mentre le sue fibre erano sottoposte a inimmaginabili sconvolgimenti. Infine, al colmo della disperazione, svenne e tutto sprofondò in un grande silenzio.
A cominciare dal quel giorno il nostro diavoletto non osò più tormentare il santo né tanto meno tornare dal suo padrone, il maligno Signore delle Tenebre.
Si aggirava per la casa e per il giardino cercando di passare inosservato, sgattaiolava lungo i muri accontentandosi di qualche avanzo della cucina e di poter nascondersi in quel luogo che cominciava quasi a piacergli.
Intanto il tempo passava e Donato perdeva sempre più le sue forze avvicinandosi ormai alla vecchiaia.
Quando infine si ammalò, da quell'uomo robusto che era si ridusse in un letto preso da estrema debolezza.
Saturnino considerò allora che forse poteva essere giunto il tempo della sua rivincita e, avvicinandosi stancamente al capezzale del suo temuto antagonista, gli sussurrò con quel po' di voce che anche a lui era rimasta: «Dammi finalmente retta, io posso ridarti salute e giovinezza se tu ti affiderai al mio signore! Basta un tuo cenno, anzi il solo tuo desiderio, e potrai tornare quello di un tempo: giovane, forte e protetto dal più potente dei principi».
II santo guardò quel malconcio demonio spelacchiato e smunto, ormai sfinito dopo tante inutili lotte, e provò per lui una grande pietà.
«Ascolta, se il tuo padrone può fare tutto ciò che dici, per quale motivo non ne approfitti tu stesso?».
Saturnino non sapeva che rispondere, ma quelle parole lo fecero riflettere.
«Posso forse proporre io un patto a te» proseguì Donato con un filo di voce. «Non posso certo trasformarti così sui due piedi in un angelo, ma posso sottrarti al potere del tuo sgradevole padrone».
E visto che il diavoletto sembrava contento di quella proposta, Donato si rivolse al buon Dio affinché si prendesse cura Lui di quella creatura. 
In quello stesso istante, la sgraziata ombra scura che si trovava accanto al santo si trasformò per incanto in un grazioso e variopinto uccellino dal canto melodioso.
Per tutti i giorni in cui Donato giacque ammalato il piccolo animale non lasciò più la stanza, cercando di dare conforto al moribondo con il trillo del suo canto.
Passò poco tempo e il santo lasciò questa terra per raggiungere il Paradiso dove, statene pur certi, fece in modo che fosse chiamato anche un certo uccellino.


- Leggenda medievale - 

da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 






Buona giornata a tutti. :-)





domenica 27 ottobre 2019

La leggenda detta "notte dette rose" - Antica leggenda persiana


Narra la leggenda che, tra i re arabi che dominarono la città di Toledo, Zenon sia stato il più implacabile persecutore dei cristiani. Egli non ammetteva altra fede se non quella musulmana e si era prefisso lo scopo di sopprimere chiunque non volesse onorare Allah e il suo profeta Maometto convertendosi agli insegnamenti del Corano.
I sotterranei del suo palazzo non erano ormai altro che oscure prigioni, in cui i cristiani catturati erano rinchiusi nell'attesa di una possibile conversione o del giudizio finale, nel caso si ostinassero nel loro assurdo credo.
Zenon aveva indurito il suo animo nelle feroci battaglie di conquista ed era ancor più chiuso alla misericordia perché fermamente convinto di portare nel confuso occidente la luce della verità.
Ma la verità per lui era esclusivamente la sua e non ammetteva rivali di alcun tipo: era una verità morta, come uno stagno le cui acque immobili non possono che imputridire.
Una volta giunto vittorioso in Spagna, il re aveva voluto con sé l'amata figlia Casilda che, pronta all'avventura come ogni giovane, attendeva con ansia quel viaggio verso terre sconosciute di cui aveva solo sentito raccontare.
Il padre aveva fatto costruire per lei un palazzo principesco, ornato di colonnati e ampie sale arricchite da preziosi mosaici, del tutto simile a quello lasciato nella lontana terra di Maometto.
Casilda si era subito invaghita di quel paese, in parte simile al suo ma del tutto diverso nel gioco delle luci e nella dolcezza del territorio. La gente spagnola le entrò presto nel cuore e in breve tempo tutta Toledo parlava della dolce figlia di Zenon.
Incline per natura all'accoglienza, la giovane araba si era contornata di nuovi amici dai quali aveva appreso gli usi e i costumi di quella terra generosa, mentre loro scherzosamente la chiamavano "la principessa curiosa". Con gran rammarico Casilda si era però accorta che il nome di suo padre non suscitava invece alcuna simpatia, anzi incuteva timore e diffidenza.
La giovane s'interrogava sul profondo cambiamento di quell'uomo che lei aveva sempre conosciuto come saggio e amabile e che si era invece trasformato in un acerrimo nemico di tutto ciò che non appartenesse alla loro cultura. Lo ricordava ben diverso quando, nei giardini della loro dimora, le narrava del coraggio ma anche della giustizia di Maometto, mentre le mostrava l'immensità del cielo indicando ogni stella e lodando la magnificenza del creato in cui Allah aveva riversato il suo amore.
Intanto, giorno dopo giorno, le prigioni di Zenon andavano sempre più riempiendosi di cristiani che non volevano rinnegare la loro fede e ormai tutti sussurravano che il palazzo del re fosse un luogo di pene e torture.
Una notte Casilda si svegliò di soprassalto, certa di non aver sognato quei lamenti che giungevano fino a lei, si alzò e ascoltò più attentamente. Le parve allora che le viscere del palazzo prendessero voce in un canto di tristezza e sofferenza che si alternava però a una nenia di dolce rassegnazione.
Quelle note, a volte dissonanti e a volte melodiose, penetrarono profondamente nell'anima della giovane principessa, tanto che da quel momento l'inquietudine s'impadronì di lei rendendola irrequieta e scontrosa.
Casilda si fece attenta a ogni voce di palazzo e, sebbene tutti troncassero certi loro discorsi quando lei arrivava, intuì che nei sotterranei avveniva qualcosa di misterioso e terribile.
Interrogò quindi tutti quelli che le erano più vicini, ma nessuno pareva conoscere quel segreto. Dalle risposte titubanti e dalle espressioni imbarazzate la principessa era però ormai più che certa che suo padre avesse dato ordine di tenerla all'oscuro di qualcosa che accadeva proprio nella loro dimora e questo la rese più che mai decisa a scoprire cosa fosse.
Si recò quindi dagli amici più cari, figli di un nobile spagnolo, e con grande schiettezza raccontò loro ciò che l'angustiava. 
I giovani furono altrettanto sinceri con lei e così Casilda conobbe la penosa vicenda dei cristiani di Toledo.

I suoi stessi amici avevano dovuto tenere nascosto ciò in cui credevano, per non incorrere nelle ire del feroce Zenon, ma ora erano felici di aver condiviso con la giovane amica questo grande segreto. Tanta fiducia in lei la commosse e Casilda, lasciandoli, giurò che mai li avrebbe traditi per nessuna ragione al mondo.
Mentre la carrozza reale la riaccompagnava a palazzo, lei guardava la città con occhi diversi, raffigurandosi la pena di tanta gente costretta alla più terribile delle privazioni, quella della propria libertà di pensiero e di fede.
S'immaginò costretta a rinnegare tutto ciò che le era stato insegnato e in cui credeva fin da quando era bambina e le sembrò che nulla potesse essere più penoso se non perdita della propria amorevole relazione con Allah e il suo profeta. Privata di questo prezioso legame, sentiva che niente di buono sarebbe più uscito da lei.
Conosceva la dottrina di Gesù di Nazareth e anche la vita di quell'essere meraviglioso: perché mai impedire che i suoi seguaci lo amassero e in suo nome vivessero una vita serena? Gesù non aveva che insegnato la pace e il perdono, quindi ciò che il padre stava facendo le parve oltremodo ingiusto.
Giunta alla reggia, volle subito vedere Zenon e, senza tanti preamboli, lo affrontò raccontandogli dei lamenti che la notte giungevano fino a lei e del dolore di quel popolo costretto all'umiliazione di pregare Dio di nascosto. Come mai suo padre era così cambiato e quale atrocità nascondeva quel palazzo?
Alle parole della figlia il re s'infuriò come raramente le era capitato di vedere e giurò che l'avrebbe immediatamente allontanata da Toledo, se si fosse azzardata a toccare nuovamente quell'argomento. Il suo sfogo fu amaro e violento: "Lei non sapeva cosa volesse dire la fatica di una conquista, l'odore del sangue, la vista della morte a ogni battaglia. Il nemico andava sconfitto su ogni fronte, definitivamente, e la privazione dell'anima era uno dei mezzi più efficaci".
Casilda non rispose. Conosceva il padre e sentiva che la sua rabbia era rivolta prima di tutto contro se stesso: il re soffriva perché non sapeva più fermare il suo odio verso la vita che gli aveva fatto gustare il tremendo sapore del potere.
La giovane principessa era in ogni caso fermamente decisa a entrare in campo: la sua nobiltà d'animo e il suo amore per la giustizia non potevano sopportare passivamente una situazione di quel genere. Il Gesù dei cristiani l'avrebbe aiutata e Maometto avrebbe certamente approvato!
Quella notte stessa, complici alcune guardie e dei servi, Casilda riuscì a raggiungere le segrete del palazzo. Lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi le parve incredibile: uomini, donne e fanciulli erano ammassati in umide celle sporche e maleodoranti. Il loro aspetto era quasi spettrale e molti cercavano di fasciare con qualche straccio intriso di sangue profonde ferite.
I più giovani si lamentavano per la fame, altri per il dolore, mentre alcuni cercavano di infondere un po' di coraggio fra quei derelitti. C'era però, in mezzo a tutto questo, anche un'onda di coraggiosa resistenza, forte della fiducia nella propria fede e della certezza che l'alchimia divina avrebbe trasformato il loro sacrificio in una preziosa goccia nell'oceano della vita.
La dolce principessa araba fu travolta da una profonda indignazione che scosse tutto il suo essere, risvegliando l'indomito coraggio che scorreva nelle sue vene. Ora sapeva e aveva visto, quella situazione non poteva continuare, a costo della sua stessa vita!
Casilda volle parlare con quella povera gente che le si stava avvicinando, prima titubante e poi sempre più fiduciosa nell'aprire il proprio animo alla giovane che, da parte sua, già li amava come fratelli sfortunati, figli dello stesso Padre che aveva infuso in lei la vita. Cosa importava se i semi erano stati gettati in terreni diversi? Il giardino divino era sconfinato e produceva un'infinita varietà di frutti!
Da quella notte la giovane figlia di Zenon si votò alla causa dei cristiani. Per prima cosa prese accordi con gli amici di Toledo affinché si organizzasse una rete di protezione in grado di impedire nuovi arresti; poi si rivolse agli schiavi e alle guardie reali, sapendo di poter contare sull'aiuto di molti di loro all'interno del palazzo.
La sua decisione era presa: avrebbe curato e sfamato i prigionieri delle segrete, nell'attesa di trovare il momento più opportuno per battersi apertamente in favore della loro liberazione!
Tutto ciò era molto pericoloso sia per lei sia per chi aveva promesso di aiutarla. Il re, infatti, non tardò ad accorgersi che qualcosa d'insolito stava accadendo. Era un uomo furbo e intelligente e non potevano quindi passare inosservati certi sguardi d'intesa, o i bisbigli improvvisamente interrotti al suo arrivo. Zenon decise quindi di stare all'erta e intervenire nel momento più opportuno.
Fra lui e la figlia si era creata una situazione ambigua, fatta in parte di dichiarata ostilità e in parte di lunghe conversazioni, durante le quali ancora si ricreava il dialogo dei tempi passati. Anche i loro cuori parevano ora divisi fra profonde incomprensioni e amorevoli possibilità offerte da entrambi per tentare di riallacciare quel filo che pareva essersi spezzato.
Intanto Casilda aveva comunque tenuto fede alle promesse fatte nelle oscure segrete del palazzo e ogni notte vi si recava con i servi più fidati portando cibo e medicine. Le guardie parevano chiudere un occhio, fingendo di non accorgersi di quel tramestio notturno; d'altronde amavano la giovane principessa e non sarebbero certo state loro a farle del male.
Un giorno finalmente la ragazza decise che era giunto il momento di affrontare il padre in campo aperto e, invece di aggirare il problema come aveva fatto sino a quel momento, lo interrogò direttamente sulla situazione dei cristiani che languivano nelle sue prigioni.
Zenon si trovò completamente spiazzato! Come poteva giustificare il suo comportamento così contrastante con gli insegnamenti nei quali era stata cresciuta la figlia?
Fu come se Casilda avesse in quel momento rappresentato la sua stessa coscienza che gli chiedeva conto di quanto stava facendo e la reazione del re fu terribile. La lite che ne seguì fece tremare tutto il palazzo e ognuno, a modo suo, pregò per la coraggiosa fanciulla. Troncata ogni possibilità di replica, e nell'attesa di decidere come comportarsi con lei, il padre le ordinò di non lasciare le proprie stanze e di non presentarsi più al suo cospetto finché lui l'avesse mandata a chiamare; poi, in preda a una profonda collera, lasciò il palazzo sul suo cavallo e non tornò che a notte fonda. Il re sapeva che la figlia non si sarebbe facilmente sottomessa al suo volere e questo lo rendeva in parte anche orgoglioso di quella fiera creatura, capace di grande tenerezza così come di salda determinazione nel fronteggiare il confronto con ciò che riteneva ingiusto. Egli si proponeva quindi di sorvegliarla per coglierla in fallo e, se non avesse potuto porre altro rimedio, di punirla severamente.
Casilda amava il padre ma aveva nel tempo imparato a temerne la collera. Nonostante ciò, lasciò passare solo quella notte, poi riprese a recarsi nelle segrete con il cibo per i prigionieri. Tutti si erano fatti più guardinghi e ogni cautela per evitare di farsi scoprire da Zenon non sembrava mai eccessiva. Da quando il padre si era fatto più attento ai movimenti nel palazzo, la principessa volle provvedere da sola al cibo per i cristiani e così, come ogni notte, anche quella volta si era alzata nell'ora in cui il sonno si faceva più profondo portando lontano le coscienze. Zenon però non dormiva, ma aspettava di balzare sulla sua preda.
Per poter raggiungere direttamente i sotterranei dalle cucine, Casilda aveva trovato una strada che passava da una piccola porta del giardino nascosta da un profumato roseto rampicante. Quella notte aveva già riempito abbondantemente l'ampio scialle con panini dolci e si stava dirigendo frettolosamente verso il roseto quando, veloce e silenzioso come un felino, il re le si parò davanti. La povera ragazza sussultò per lo spavento e un turbinio di pensieri le offuscò la mente. Nonostante l'oscurità, poté distinguere gli occhi del padre brillare come brace.
«Che strano incontro con mia figlia a quest'ora della notte!» le disse lui, sicuro di aver vinto la sua battaglia contro quell'ostinata ribelle. «Che cosa porti nello scialle, cibo per i nemici di Allah?».
«No, padre» rispose Casilda, a cui le parole uscivano di bocca senza che ormai lei potesse controllarle: «non credo che Allah consideri suoi nemici quelli che invece sono solo tuoi nemici!».
«Spudorata insolente, mostrami subito quello che nascondi!». E così dicendo Zenon strappò dalle mani della figlia i lembi dello scialle, che lasciò cadere a terra il suo carico di... rose profumate.
Sparsi tutt'intorno ai piedi della principessa non c'erano altro che magnifici boccioli di rose.
«Padre mio, non posso stare senza i miei amati fiori, così di notte vengo a raccoglierli per portarli nelle mie stanze e godere durante il giorno del loro profumo e della loro vista; ma, se questo t'inquieta, eviterò di farlo». E con queste parole Casilda, le cui ginocchia per la verità ancora tremavano, ritornò verso il palazzo.
Il re rimase impietrito a fissare i fiori che a loro volta parevano guardarlo. Si chinò e ne raccolse uno tenendolo a lungo nel palmo della mano: era morbido e tiepido come un piccolo cuore.
Da quella notte tutta Toledo tornò a nuova vita. 
I prigionieri di Zenon furono liberati e nessun cristiano fu più perseguitato.
Il re e sua figlia non menzionarono mai la "notte delle rose", ma il loro legame si rinsaldò, com'era stato un tempo quando lui le raccontava quanto fosse meraviglioso e intessuto d'amore il Creato.
Quello che nessuno sa è che quella notte Zenon, tornato nelle sue stanze, fu vinto da un sonno profondissimo e fece questo sogno: si trovava in un intricato labirinto da cui non riusciva a uscire, la sua angoscia aumentava sempre più finché gli parve di sprofondare in un vortice buio. 
Al termine di questo profondo tunnel si trovò in uno spazio senza confini dove in lontananza si poteva a malapena scorgere una figura china su un tavolo. Egli si mise quindi in cammino ma a mano a mano i suoi passi procedevano verso la misteriosa figura questa si allontanava sempre più.
A un tratto si trovò di fronte un muro di rose rampicanti che gli ostruiva il cammino, ne colse una e quella si tramutò all'istante in sua figlia Casilda che lo prese per mano conducendolo ai confini di quello sterminato territorio. 
Qui, in una luce abbagliante, poté riconoscere Gesù di Nazareth intento a scrivere. Zenon si avvicinò, curioso di leggere quello che il giovane palestinese stava scrivendo sulla pergamena, e con suo grande stupore vide fondersi, in un incredibile gioco di luci, le parole Dio e Allah che insieme composero una terza parola: Amore.

- Antica leggenda persiana - 


da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 




Buona giornata a tutti. :-)


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giovedì 17 ottobre 2019

Don Martino va all'Inferno - leggenda medievale

Questa è la storia di don Martino, reverendo parroco di Cucugnano. 
Fin da giovane Martino sognava di diventare un buon parroco e di portare pace e serenità nel cuore di quelli che sarebbero stati i suoi parrocchiani, facendo del suo paese una sorta di isola felice in un mondo pieno di odio e di rancore.
Martino studiò alacremente e fu ordinato sacerdote. Poi, finalmente, un giorno il vescovo lo convocò per comunicargli che gli era stata affidata la parrocchia di Cucugnano.
Don Martino arrivò alla sua parrocchia una mattina molto presto e si accorse che nessuno lo stava aspettando. Ne rimase un po' deluso, ma non si scoraggiò, e già da quello stesso giorno si mise all'opera per realizzare il suo sogno.
«Il nostro parroco è come il prezzemolo, ce lo ritroviamo dappertutto» mormoravano gli abitanti di Cucugnano. Però gli volevano un gran bene anche se di andare in chiesa, o di pregare, non ne avevano proprio voglia.
Don Martino non trascurava nessuno: il suo santo zelo lo portava in ogni casa e chiunque in paese poteva dire di aver ricevuto da lui qualche parola buona o utili consigli.
La domenica però pochi contraccambiavano i favori del loro parroco recandosi in chiesa e questo era per lui un grande cruccio.
Fu così che don Martino, salito sul pulpito una domenica mattina, guardando la desolata chiesa semivuota se ne uscì con queste parole: «Vorrei rivelare ai miei amati parrocchiani il modo per mettere le mani su un tesoro che potrà far diventare tutti ricchi e felici. Però, dal momento che oggi non c'è quasi nessuno, preferisco svelarne il segreto la prossima domenica, di modo che ciascuno abbia la propria parte».
Scese quindi dal pulpito senza aggiungere altro.
Potete immaginare quale pienone ci fu in chiesa la domenica seguente! Chi si sarebbe lasciato scappare l'occasione per sapere dov'era un tesoro?
Il parroco salì sul pulpito nel silenzio generale, tutti lo guardavano in trepidante attesa.
«State tranquilli, il tesoro c'è ed è per tutti. Dove si trova lo saprete ben presto. Ora ascoltate attentamente quanto mi è successo.
L'altra notte fui svegliato all'improvviso da un vento strano che entrava nella mia stanza. Mi alzai, guardai fuori dalla finestra e sapete cosa vidi? 
Un angelo tutto bianco che mi faceva cenno con la mano di seguirlo. 
Bastò il mio desiderio di andare con lui e in un lampo fui trasportato fin sulla porta del Paradiso. Era bellissima, grande e tutta lucente. Mi aprì san Pietro in persona che aveva in mano delle chiavi d'oro con le quali poteva aprire la porta per uscire dal tempo ed entrare nella dimensione eterna. 
Là san Pietro teneva un librone enorme sul quale comparivano tutte le anime del Paradiso, quelle che furono e quelle che saranno. Allora, giusto perché ero lì e che erano stati loro a invitarmi, azzardai a chiedere quanti abitanti di Cucugnano si trovassero sul suo libro.
San Pietro, che vi assicuro è un uomo molto cordiale, spulciò attentamente ogni pagina e, essendo fuori dal tempo, non impiegò che un attimo.
Potete immaginare come rimasi quando mi comunicò che nessun cucugnanese si trovava fra quei nomi. Io cominciai a disperarmi: "Come, proprio nessuno?".
San Pietro mi consolò rincuorandomi: "Non angustiatevi, don Martino, vedrete che i vostri parrocchiani avranno dovuto scontare qualche peccatuccio. Li troverete senz'altro in Purgatorio. Ora vi mando a mio nome dal Santo Portinaio e lì potrete verificare voi stesso".
Sempre accompagnato dall'angelo silenzioso, scesi di qualche piano e bussai alle porte del Purgatorio. La strada era stata disastrosa. Era piena di ciottoli pungenti e profondi precipizi, e in ogni dove si sentivano lunghi sospiri simili a folate di vento. Mi fu aperto dal Santo Portinaio che era stato già avvisato del mio arrivo.
Mentre controllavamo il grande libro dell'Espiazione udivo voci indistinte che mormoravano in continuazione: "Oh, se non avessi fatto...". "Ah, se non avessi detto...". "Ma come ho potuto non capire...". "Eppure sarebbe stato così semplice...".
Quelle povere anime mi facevano una gran pena: quanto avrei voluto avere la possibilità di aiutare ognuna di loro!
Finalmente giungemmo all'ultima pagina del libro e il Santo Portinaio mi disse, tirando un grosso sospiro: "State tranquillo, reverendo, di cucugnanesi qui in Purgatorio non c'è nemmeno l'ombra: saranno certamente tutti in Paradiso".
Mi sentii mancare! Come? Se non c'erano cucugnanesi né in Paradiso né in Purgatorio, voleva dire che... non osavo portare a termine il terribile pensiero.
Il buon angelo che mi accompagnava sembrava titubante. Sarei andato anche laggiù?
Sì, mi sarei sincerato personalmente che non si fosse trattato di un equivoco. Ero deciso a scendere anche all'Inferno!
Il Portinaio del Purgatorio mi guardò con comprensione, mi consegnò delle scarpe speciali con le quali non mi sarei ustionato i piedi lungo la strada degli inferi e mi diede grossi occhiali scuri attraverso i quali scrutare fra le fiamme.

Mi feci coraggio e, seguendo l'angelo, cominciai a scendere sempre più giù.
Il caldo si faceva insopportabile, non ce l'avrei fatta se ogni tanto l'angelo non mi avesse sfiorato con le grandi ali regalandomi un po' di frescura.
In fondo a quella strada buia e torrida vidi a un tratto le porte dell'Inferno, spalancate come le fauci di un mostro!»
A questo punto don Martino fece una pausa nel suo racconto tergendosi il sudore con un fazzolettone, come se bastasse quella rievocazione per fargli patire un gran caldo.
I parrocchiani, a naso in su, non fiatavano.
«Dunque, ero proprio all'Inferno» riprese il buon prete. «L'angelo non ne varcò la soglia e anch'io sinceramente ne avrei fatto volentieri a meno. Non si sentivano che urla e lamenti, l'aria era impregnata dei più sgradevoli odori e ogni tanto qualcuno prorompeva in tremendi schiamazzi.
"Allora, ti decidi o no?" mi domandò all'improvviso un diavolo gobbo con un grosso forcone in mano.
"Lasciami stare" implorai pieno di spavento. "Sono un servo di Dio!".
"Per tutti i satanassi! E allora cosa vieni a fare qui? A prendermi in giro? Guarda che non ti conviene! Servo di Dio o no, ti arrostisco per bene". Poi, visto al di là della soglia l'angelo in attesa, mi chiese nuovamente: "Dimmi quello che vuoi e andatevene, tu e il tuo sbiadito accompagnatore".
Mi feci un po' di coraggio e chiesi: "Io vorrei solo sapere se qui presso di voi avete qualcuno dei miei parrocchiani di Cucugnano...".
Il diavolo non mi lasciò finire la frase e proruppe in una risata che da noi avrebbe scosso tutto il paese: "Ma dico, sei forse scemo? Chi non sa che gli abitanti di Cucugnano stanno tutti qui?".
Io, preso da uno sgomento che non so spiegarvi, guardai in quell'aria densa e opaca e, tra pianti e grida, vi vidi proprio tutti...
Rimasi talmente inorridito che mi paralizzai proprio lì, davanti a quel diavolo puzzolente, tanto che l'angelo stese veloce un'ala oltre la soglia dell'Inferno e mi portò via con sé.
E ora eccomi qui a raccontarvi questa incredibile avventura. Ma si può andare avanti così e infilarsi come beoti proprio dentro le fauci dell'Inferno?»
Don Martino tacque all'improvviso, scrutando l'effetto delle sue parole.
Sbalorditi e impressionati dalla miracolosa avventura toccata al loro parroco, i cucugnanesi tacevano, ma erano tutti pallidi e tremanti.
Il prete riprese fiato e, approfittando di quell'attimo di sbigottimento generale, proseguì: «Dunque così non va e io ho deciso di fare tutto il possibile per sottrarvi all'abisso verso cui vi state avviando. Cominceremo da domani. Lunedì confesserò i vecchi, spero di non avere molto da fare. Martedì i bambini, e questa sarà una giornata di riposo. Mercoledì confesserò gli uomini e sarà una vera giornataccia. Giovedì le donne..., povere le mie orecchie. Venerdì so io chi confesserò... glielo farò sapere a quattr'occhi. Sabato mattina sarete tutti a posto e con le coscienze tranquille, pronti per la messa di domenica, in barba a quei furboni di diavoli che già gongolano pensando a voi».
«E il tesoro?» chiese timidamente qualcuno.
«Il vero tesoro non è altro che la pace nel cuore e la serenità di una vita spesa all'ombra del buon Dio. Non bisogna fare grandi cose, basta amarlo... il resto va da sé».
«E adesso fate una buona giornata e così sia!» tagliò corto don Martino.
Dopo la predica di quella domenica le cose cambiarono a Cucugnano. Non che tutti divennero santi, per carità! Ma don Martino sognava tutte le notti di guidare una grande processione in cui lui e i suoi parrocchiani percorrevano una strada stellata verso la città di Dio.

- leggenda medievale -
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 



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mercoledì 25 settembre 2019

Il furbo falegname - leggenda medievale


C'era una volta un falegname che sarebbe stato una vera perla d'uomo se non avesse avuto il brutto vizio di giocare alle carte.
E sentite dunque come quel furbacchione seppe sfruttare ciò che la sorte gli aveva dato.
Un bel giorno gli capitarono in bottega Gesù e san Pietro, che erano scesi in terra a controllare come andavano le cose.
Tutto buon cuore, il falegname, ignaro di chi fossero i due viandanti, offrì loro pane, companatico e ottimo vino, con tale gentilezza che Gesù volle ricompensarlo. Al momento del commiato gli disse: «Chiedimi tre grazie e sarai accontentato».
«Chiedi la salute dell'anima!» gli mormorò san Pietro.
«Domanderò quel che mi pare» rispose il falegname. «Ecco i miei tre desideri. Primo: che ogni volta io giochi, vinca; 
secondo: che chi si siede sul mio sgabello vi rimanga attaccato e non possa alzarsi senza il mio permesso; 
terzo: che chi sale sul mio albero di fichi ci resti imprigionato».
«Ti sia concesso» disse Gesù.
San Pietro, fuori di sé dalla collera, borbottò: «Disgraziato, dovevi chiedere la salute dell'anima!».
«Taci, sei proprio noioso con i tuoi consigli» gli rispose il falegname.
Così Gesù e san Pietro se ne andarono e il nostro falegname... via di volata a giocare! Giocò tutta la sera, onestamente si capisce, e vinse fino alla fine. Una vera cuccagna!
Divenuto quasi ricco, credete che smettesse di piallare e segare? Neanche per sogno! Era un buon uomo, giusto e laborioso: donò gran parte del denaro vinto al gioco ai poveri e continuò a lavorare come prima perché il lavoro, diceva lui, scaccia i cattivi pensieri.
Quando si trovava un po' al verde, tornava puntualmente al tavolo da gioco vincendo fior di quattrini. Passarono così felicemente molti anni. Una sera, avvolta in un gran manto nero, la Signora Morte arrivò a prenderlo.
Particolarmente stanca per il gran camminare di quella giornata, si sedette sullo sgabello del falegname, tanto per riposare un po' prima di riprendere il viaggio.
«Ma brava» la beffò l'uomo: «ora prova ad alzarti!».
La Morte lo guardò stupita, pensando che il poveretto fosse andato fuori di testa nel vederla e fece per alzarsi ma, malgrado tutti gli sforzi, naturalmente non ci riuscì.
«Oh povera me!» si lamentava la Morte, rendendosi conto di essere preda di uno strano incantamento. «Come faccio ora?».
«Che cosa puoi concedermi se ti libero?» rispose il furbo ometto.

«Chiedi pure ciò che vuoi e te lo concederò» promise la Morte, smaniosa di alzarsi da quello sgabello.
«Voglio ancora cento anni di vita.»
«Oh, che esagerazione! Te ne concederò cinquanta!»
«Bene, mi accontenterò, vada per altri cinquant'anni di vita!». E, presi i debiti accordi, la Morte si rimise in cammino.
Cinquant'anni dopo, neppure un minuto di più, eccola che torna ben decisa a prendersi quanto le spettava.
Il falegname, che era diventato un arzillo vecchietto, era pronto ad accoglierla ma, naturalmente, a modo suo.
«Eccoti di nuovo! Ma come ti trovo sciupata, mia cara Morte... così magra... Guarda che splendidi fichi ho sulla mia pianta: prima di partire, perché non sali tu stessa e ne cogli qualcuno?»
In effetti, quell'idea non dispiacque affatto alla Signora, alla quale non capitava spesso che qualcuno le offrisse gentilmente qualcosa con cui rifocillarsi. Perché non approfittarne?
Così la Morte salì sul fico e... potete immaginare cosa successe. Vi rimase impiantata più salda di uno dei suoi rami.
La poveretta se ne uscì in lamenti e imprecazioni, ma ciò non le servì a liberarsi; solo il furbo vecchietto poteva aiutarla.
«Cosa mi concedi se ti faccio scendere dal mio fico?» chiese l'uomo.
«Chiedi ciò che vuoi e te lo concederò» rispose esasperata la Morte.
«Duecento anni di vita ancora!»
«Facciamo cento e sia finita lì!». Il tono con cui la Signora rispose suggerì al falegname di accontentarsi.
Si misero d'accordo per la seconda volta e la Morte se ne andò rodendosi dalla rabbia.
Passati i cento anni, il nostro falegname era proprio uno straccetto, persino stanco di vivere e, difficile a credersi, di giocare a carte. Era comunque soddisfatto di quella lunga vita che volgeva al termine e moriva da onest'uomo così come era vissuto.
Se ne partì quindi in compagnia della nera Signora, che lo portò diritto alla porta del Paradiso.
«Ecco» disse rivolta a san Pietro: «finalmente ti ho portato il falegname!».
«Quale falegname?» chiese il santo. «Forse quello che non seguì il mio suggerimento di chiedere la salvezza dell'anima? E adesso vorrebbe entrare? Via di qui!».
«Buon Santo» si intromise l'omino, «con il denaro vinto al gioco io ho fatto tutto il bene che ho potuto e sono rimasto sempre un onesto lavoratore».
Ma san Pietro non volle sentir ragione e, con un gran tonfo, sbatté la porta del Paradiso.
Allora la Morte, tutta trafelata, se lo riprese avviandosi verso il Purgatorio. Aveva proprio voglia di liberarsi di quel problema, anche se in cuor suo quell'omino cominciava a esserle quasi simpatico.
«Un giocatore?» gridò l'Angelo guardiano del Purgatorio. «Via di qui! Non vogliamo gente di tale risma! Che se ne vada all'Inferno!».
E la povera Morte, sbuffando, si riprese il suo carico e si tuffò giù verso il Regno degli Inferi.
Lucifero in persona li accolse con grande entusiasmo: «Ma guarda un po' chi c'è! Il falegname. Avevo una gran voglia di conoscerti. Duecento anni di vita sono un bel vivere, furbacchione!».
E subito lo volle portare nel suo antro fumoso, dove nessuno sa quali cose tremende accadono.
«Sono stato un giocatore, è vero» gli disse il vecchio uomo, «ma un giocatore onesto. Ho reso felice molta gente con il mio guadagno, ho sempre lavorato e non ho mai fatto del male a nessuno».
«Vincere sempre a carte e non fare mai del male a nessuno sono due cose che non vanno d'accordo» gli rispose Lucifero. «Un giocatore che vince sempre deve essere per forza un baro, quindi resterai qui».
«Beh!» ribatté il falegname. «Hai un mazzo di carte?».
«Mi prendi forse in giro? Non sai che tutte le carte della terra vengono fabbricate proprio qui e che noi ne conserviamo gli stampi?» gli rispose orgoglioso Lucifero.
«Ebbene, allora giochiamo! Ti dimostrerò che posso vincere anche te.»
«Vincere me che sono il re del gioco? Mi fai giusto ridere! Voglio proprio divertirmi! Ma tu cosa hai da giocarti?»
«Ormai non ho che la mia povera anima.»
«E sia, giochiamoci questa tua animalaccia!» urlò divertito il diavolo.
Gioca e gioca e gioca, non so dirvi per quanto tempo Lucifero e il falegname si accanirono sulle carte. Una partita dopo l'altra, il falegname non faceva che vincere. Alla fine il diavolo batté un poderoso pugno sul tavolo, tanto che tutto l'Inferno ne fu sconquassato.
«Basta!» gridò inviperito. «Vattene da qui e non farti più vedere da me!».
Il nostro uomo se ne tornò allora alla soglia del Paradiso e cominciò a bussare, ma san Pietro non ne voleva proprio sapere di aprirgli.
A Gesù non rimase altro da fare che intervenire personalmente.
«Suvvia, Pietro, lascialo entrare. Da un dono che avrebbe potuto portare molto male, sia a lui sia agli altri, quest'uomo ha saputo invece trarre del bene per tutti. Non è solo chiedendo la salvezza dell'anima che la si ottiene!». E così dicendo aprì il grande portone dorato.

- Leggenda medievale -

da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


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