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lunedì 18 marzo 2013

Il vero tesoro di San Pietro – Padre Silvano Fausti


«Argento e oro non possiedo, ma ciò che ho ti do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, risorgi e cammina» (leggi Atti 3,1-9)

Pietro, insieme ai suoi fratelli, è testimone di Gesù: evangelizza innanzitutto vivendo, poi parlando e infine facendo come lui. 
Il testo narra la prima azione del primo Papa: rimette in piedi l’uomo. Programma, suo e della Chiesa, è fare agli altri ciò che Gesù ha fatto a noi.
Lo storpio, ritorto su se stesso, ha perso la stazione eretta, che distingue l’uomo dall’ animale. 

Non vede l’altro in faccia, ma solo dal basso in alto. Incapace di muoversi e mendico professionale, per lui l’altro non esiste: è solo mano che dà. 
Ma neppure lui esiste: è solo mano che riceve. 
Lo storpio è simbolo della disumanità di ogni uomo le cui relazioni sono strumentali alla sua stortura, che lo esclude dal tempio e da una vita autentica. 
Questo malato è specchio del vero male che ci affligge: l’egoismo che ci accartoccia su noi stessi, lasciandoci soli e bisognosi di tutto. 
Nessuno guarda il povero negli occhi, soprattutto il ricco: fa paura vedere in lui noi stessi se perdiamo ciò che abbiamo.
La Chiesa, come Gesù, vuole guarirci dall’ egoismo e darci la libertà di camminare sulla via dell’amore, in comunione con i fratelli e con il Padre.
Pietro, con Giovanni, fissa l’uomo e gli dice di guardare a loro, non alla loro tasca. 

Nel suo sguardo, ancora fresco di rinnegamento, lo storpio vede lo stesso sguardo di Gesù che l’ha salvato dal restare aggrovigliato nel suo fallimento (Lc 22,61). Quel Gesù che lo ha guardato come lui guarda l’uomo, è il vero tesoro di San Pietro. 
Avendo questo, e non argento e oro, può dirgli: «Ciò che ho, ti do. Risorgi e cammina».
Se Pietro avesse avuto danaro, avrebbe fatto l’elemosina, cosa buona. 

Se ne avesse avuto tanto, avrebbe fatto un istituto per zoppi, cosa ancora migliore. 
Ma l’unico mezzo per risuscitare l’uomo dalla sua morte religiosa e civile, è la povertà: Dio e mammona, danaro e nome di Gesù sono incompatibili. 
Ciò che possediamo ci possiede: ci rende paralitici e contorti come lo storpio. La brama di possedere è idolatria (Ef 5,5), l’amore del denaro radice di ogni male (1Tm 6,10).
A un giovane pio, osservante della legge, che chiede cosa fare per avere la vita eterna, Gesù risponde: «Una sola cosa ti manca: va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi». La prima comunità sa che i beni non sono da possedere, ma da condividere con i fratelli. È la solidarietà che dà vita, non l’accumulo di cose. 
L’accaparramento priva il povero della vita materiale e il ricco della vita eterna, che consiste nell’ amore fraterno. 
La solidarietà permette a tutti la vita materiale e dà nel contempo quella divina: ci fa figli perché fratelli.
Ciò che ostacola la missione della Chiesa non è la mancanza di beni. 
Una sola cosa sempre le manca, come a Davide per vincere Golia, simbolo del male: liberarsi dall’ armatura dei privilegi che ha, per fraternizzare con tutti.
Pensare così non è ingenuità, come già credeva Pietro quando Gesù lo chiamò «satana». 

Il pensiero di Dio è opposto a quello dell’uomo, come l’amore all’ egoismo (cfr Mc 8,31-33). Nonostante il fatto sia evidente in tutta la storia della Chiesa, non vogliamo mai capire che ricchezza e potere distruggono la Chiesa, mentre povertà e persecuzione la costruiscono e rafforzano. 
Sono stato spesso in Mozambico, Angola e Guinea Bissau, dove la Chiesa era potente: per cinque secoli ha goduto del «Patronato portoghese», che costruiva chiese, scuole e case parrocchiali, stipendiando clero e catechisti. 
In mezzo millennio di benessere e alleanza con i potenti la Chiesa non è mai decollata. 
Arrivati i comunisti, che le hanno confiscato tutto e l’hanno perseguitata, la Chiesa è nata, fiorita e cresciuta. 
Che Dio ci guarisca dalle nostre «scoliosi»!

(Padre Silvano Fausti)
Gesuita, biblista e scrittore




















Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare (...) di anacronismo e di antistoria. (...) Li si lascino alle loro "verità" e ad un'unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine. (...) Rendere ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il "questo" e cerca confusamente "l'altro" significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito. 
(Julius Evola)



Non abbiamo bisogno di grandi cose o chissà quali grandi uomini. 
Abbiamo solo bisogno di più gente onesta. 

- Benedetto Croce -



Nè San Domenico, nè San Francesco hanno fatto profezie sul futuro, ma hanno saputo leggere il segno dei tempi e capire che era arrivato per la Chiesa il momento di liberarsi dal sistema feudale, di ridare valore all'universalità e della povertà del Vangelo, come pure alla "vita apostolica". 
Così facendo hanno  ridato alla Chiesa il suo vero aspetto, quello di una Chiesa animata dallo Spirito Santo e condotta dal Cristo stesso. 
Hanno così contribuito alla riforma della gerarchia ecclesiastica. 
Altri esempi sono Santa Caterina da Siena e Santa Brigida di Svezia, due grandi figure di donne. Penso sia importante sottolineare come in un momento particolarmente difficile per la Chiesa, quale fu quello della crisi di Avignone e lo scisma che ne seguì si siano levate figure di donne per annunciare che il Cristo vivente è anche il Cristo che soffre nella sua Chiesa. 

- Cardinale Joseph Ratzinger, intervista 1998

Cristo in trono, Chiesa di S. Tommaso Apostolo, Caramanico Terme.

«Cristo è il Pastore della Chiesa, ma la sua presenza nella storia passa attraverso la libertà degli uomini: tra di essi uno viene scelto per servire come suo vicario, successore dell'apostolo Pietro. Ma Cristo è il centro, non il successore di Pietro: Cristo. Cristo è il centro. Cristo è il riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa. Senza di lui, Pietro e la Chiesa non esisterebbero né avrebbero ragion d'essere, come ha ripetuto più volte Benedetto XVI». 


(Papa Francesco)



“Per otto anni ci è stato dato un papa della levatura intellettuale di Gregorio Magno, e non se ne sono neppure accorti perché troppo distratti dalle scarpe rosse cosiddette "di Prada", dalla mozzetta e dalla croce d'oro. 
Nella sua Santa Condiscendenza, allora, lo Spirito ha pensato bene di darcene un altro di stile completamente diverso per comunicarci in parole più povere (ma neanche tanto) le stesse cose, eppure non se ne accorgeranno lo stesso perché troppo distratti dal "segno di discontinuità" delle scarpe marroni, dell'assenza di mozzetta e dalla croce di ferro...

Si sono persi il primo, e si perderanno pure il secondo.
E per quanto riguarda la seconda categoria, se si perderanno il secondo, ci sarà da dubitare che abbiano mai per davvero capito il primo, nonostante gli entusiasmi.”

- Massimo Scaglione - 

mercoledì 14 dicembre 2011

Il figliol prodigo – Padre Silvano Fausti

Il Padre era sempre lì a guardare, non lo ha mai lasciato: dove andare lontano da lui? Lo vide e poi si commosse.
Non è che lo vide e si arrabbiò, Dio non si arrabbia.
Si commosse.

Proprio il commuoversi in greco fa riferimento alle viscere materne cioè tutto il suo amore gli si muove dentro (come un figlio nel grem­bo della madre) nel vedere il figlio che aspettava da sempre. E dopo questa commozione corre, gli cade sul collo e poi conti­nua a baciarlo, anzi in greco sarebbe letteralmente "lo strabaciava" questo figlio.
Ma poteva almeno far finta di essere un po' sdegnato, di addurre un motivo pedagogico, di girarsi dall'altra parte, di non farsi vedere, di farsi cercare un po', di fargli quel giusto rimprovero per il suo bene, ovviamente.

Perché non lo ha fatto? Perché già diciamo sempre: "Dio ti vede, ti puni­sce...", ed è importante, invece, vedere che Dio fa di tutto per smentire questa immagine che abbiamo di lui.


(Padre Silvano Fausti)
fonte: http://www.gesuiti-villapizzone.it/attivita/vangeli.htm
  "Ritorno del figliol prodigo" (1619)
  Il Guercino
  Kunsthistorisches Museum, Vienna.