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mercoledì 25 marzo 2020

Ave Maria - Carlo Carretto

Una sera tentai il discorso con Maria.
Mi era così facile!
Le volevo così bene!

Maria, dimmi come è andata? Raccontalo a me come l'hai raccontato a Luca l'evangelista.

Tu lo sai, mi disse, perché conosci il Vangelo.
È stato tutto molto bello!
Io vivevo a Nazaret in Galilea e la mia vita era la vita di tutte le ragazze del popolo: lavoro, preghiera, povertà, molta povertà, gioia di vivere e soprattutto speranza nelle sorti di Israele.
Abitavo con Anna, mia madre, in una casetta molto semplice che aveva un cortile davanti ed un gran muro di cinta fatto apposta perché noi donne ci sentissimo in libertà ed intimità.
Lì sostavo sovente per lavorare e pregare. In me l'una e l'altra cosa si mescolavano ed ero piena di pace e di gioia.
Quel giorno ero sola nel piccolo cortile e una gran luce mi avvolgeva.
Pregavo, seduta su uno sgabello. Tenevo gli occhi socchiusi e sentivo una gioia invadermi tutta.
La luce aumentava ed io incominciai a socchiudere le palpebre che avevo chiuso per non restare abbacinata.
Ero contenta di lasciarmi riempire di quella luce. Mi pareva il segno della presenza di Dio che mi avvolgeva come un manto. Ad un tratto quella luce prese l'aspetto di un angelo. Ho sempre pensato agli angeli così come lo vidi in quel momento.
Tu sai com'è la questione della fede. Non sai mai se la visione è dentro o fuori.
È certamente dentro perché se fosse solo fuori potresti dubitare come fosse un'illusione.

Ma dentro l'illusione non c'è, è così, sai che è così: ne è testimone Dio.

Io stavo molto ferma per paura che tutto scomparisse.
E invece l'Angelo parlò. Anche qui: non sai mai se la voce la senti nell'orecchio o più in profondo.

Certamente in profondo perché se fosse solo nell'orecchio potresti illuderti.

La voce la senti là dove lo stesso Dio è il testimone.
E che ti disse?
Mi disse: Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
E tu che provasti?
È evidente che ne fui turbata. Era come se fossi visitata da cose troppo grandi per me e per la mia dimensione così piccola.
Tu puoi pensare alle cose di Dio con immenso desiderio ma quando ti toccano non puoi non spaventarti.
Difatti mi disse subito.
«Non temere, Maria» (Luca 1,30).

Mi feci coraggio perché la stessa frase l'avevo sentita alla Sinagoga quando si leggeva la storia di Abramo.

«Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo» (Genesi 15, 1).
Poi l'Angelo mi diede l'annuncio della maternità con poche parole ma così chiare che avevo l'impressione mi stessero nascendo dentro. Non mi era mai capitato di sentire parole come fossero avvenimenti.
Dimmi, Maria, sei stata colta di sorpresa? Non avevi mai pensato prima che tu... proprio tu...
Oh sì! Ci avevo pensato. Noi ragazze ebree non pensavamo ad altro. Sentivamo che i tempi erano quelli e quando pregavamo nella Sinagoga l'aria era satura di attesa del Messia.
Che hai capito quando l'angelo ti disse che eri tu la scelta e che il Messia sarebbe nato da te?
Capii esattamente cosa voleva dirmi, e rimasi soltanto stupita della straordinarietà della cosa. Com'era possibile se io ero vergine?
L'Angelo mi spiegò le cose e mi fu facile accettarle perché mi sentivo immersa in Dio come in quella luce vivissima del mezzogiorno.

Confusamente capii anche che pasticci ce ne sarebbero stati, che non sarei riuscita a spiegarmi con mia madre, specialmente col mio fidanzato Giuseppe, ma non avrei potuto fermarmi tanta era forte la presa di Dio su di me e tanta era la certezza che mi veniva dalle parole dell'Angelo.

«Nulla è impossibile a Dio
nulla è impossibile a Dio
nulla è impossibile a Dio» (Luca 1,37). 

Adagio, adagio la luce diminuì e non vidi più l'Angelo.
Vidi mia madre Anna attraversare il cortile e mi venne voglia di parlarle, ma non ne fui capace perché non trovai le parole adatte.
Capii subito che non c'erano parole con cui potevo spiegare le cose.

Così nei giorni che seguirono, anzi, più andavo avanti e più diventavo silenziosa.

Fu più difficile il discorso con Giuseppe, mio fidanzato.
Tu sai come avvenivano le cose nelle nostre tribù. La sposa veniva promessa molto presto. Era come un patto tra famiglie.
Ma essendo così giovane la futura sposa continuava a vivere in famiglia in attesa della maturità.
Allora con grande festa, di notte, si compiva lo sposalizio e lo sposo accompagnato dai suoi amici veniva con tante luci e canti e gioia a prendere la sua sposa ed a condurla a casa. Da quel momento si era veramente sposati.
Quando l'Angelo mi apparve per annunciarmi la maternità, io ero ancora in casa. Ero stata promessa a Giuseppe ma non ero ancora andata ad abitare con lui.

Bastarono pochi mesi perché tutto divenisse complicato agli occhi degli uomini. Io non potevo nascondere la mia maternità e il mio ventre mi denunciava.

Capii allora cos' era la fede oscura, dolorosa.
Come potevo spiegarmi con mia madre?
Come potevo discutere col mio fidanzato Giuseppe?
Vissi tempi veramente dolorosi e l'unico conforto mi veniva nel ripetere: 

«Tutto è possibile a Dio, tutto è possibile a Dio».

Toccava a Lui spiegarsi ed io avevo tanta confidenza. Ma ciò non toglieva la mia sofferenza che in certi momenti mi straziava l'anima.
Come potevo trovare le parole per dire che quel bimbo che portavo in seno era il figlio dell'Altissimo?
Intanto non osavo più uscire di casa ed una volta vidi una vicina guardarmi da sopra il muro del cortile con evidente attenzione puritana.
Ci furono dei momenti terribili ed io tremai al pensiero di essere denunziata come adultera.

Ci voleva così poco. Bastava che Giuseppe andasse alla Sinagoga a spiegare la cosa e non gli sarebbero mancati gli zelanti che l'avrebbero seguito con le pietre per lapidarmi. Non era la prima volta che a Nazaret veniva uccisa un'adultera.

Ma è vero: «Dio può tutto». E si spiegò Lui.

Si spiegò con Giuseppe per primo che mi disse di avere avuto un sogno veramente straordinario e che non aveva perduto la confidenza in me e che mi avrebbe sposata lo stesso.
Che gioia quando me lo disse!
Ma che paura avevo provato! Che oscurità!
Sì, il fatto mi aveva spiegato che la fede è di quella natura e che dobbiamo abituarci a vivere nell'oscurità.
Ci fu anche un fatto straordinario che alleviò le mie pene in quei mesi.
Tu sai che l'Angelo mi aveva dato un segno per aiutare la mia debolezza. Mi aveva detto che mia cugina Elisabetta era al sesto mese di una maternità straordinaria perché tutti noi della famiglia sapevamo che era sterile.

Dovevo andare a trovarla in Giudea ad Ain-Karim dove abitava.
Non mi feci pregare a partire.
L'idea venne a mia madre perché era preoccupata che la gente del paese mi vedesse con quel ventre grosso e non voleva dicerie.
Partii di notte, ma così contenta di allontanarmi da Nazaret dove c'erano troppi occhi indiscreti e non potevo raccontare a tutti le mie faccende.
Trovai mia cugina già vicina al parto e così felice, poverina! Aveva aspettato tanto un figlio!
Il Signore si era spiegato anche perché quando giunsi fu come se sapesse
tutto!
tutto!
tutto!
Si mise a cantare per la gioia ed io cantavo con lei.
Sembravamo due pazze, ma pazze di amore.
E c'era un terzo che sembrava impazzito di gioia.
Era il piccolino, il futuro Giovanni che danzava nel ventre di Elisabetta come per fare festa a Gesù che era nel mio.
Furono giorni indimenticabili.
Ma Elisabetta, che se ne intendeva di fede e di fede oscura e che aveva tanto sofferto nella vita, mi disse una cosa che mi fece piacere e che fu come il premio a tutta la mia solitudine di quei mesi.
«Beata te che hai creduto» (Luca 1,44). E me lo ripeteva tutte le volte che mi incontrava e mi toccava il ventre, come per toccare Gesù, il nuovo Mosè che stava per venire al mondo.
Il fuoco con cui avevo cotto il pane si stava spegnendo. La notte era già alta e mi sentii solo.
La presenza di Maria ora era nel rosario che avevo in mano e che mi invitava a pregare.
Sentivo freddo e mi avvolsi nel «bournous» (Mantello arabo di lana di pecora) che avevo con me.
L'oscurità divenne totale ma non avevo nessuna voglia di addormentarmi.
Volevo gustare la meditazione che Maria mi aveva regalata.
Soprattutto volevo entrare con dolcezza e forza nel mistero della fede, la vera, quella dolorosa, oscura, arida.
Oh no! Non è facile credere, è più facile ragionare.
Non è facile accettare il mistero che ti supera sempre e che ti allarga sempre i limiti della tua povertà.
Povera Maria!
Dover credere che quel bimbo che portava in seno era figlio dell'Altissimo. Sì, è stato semplice concepirlo nella carne, estremamente più impegnativo concepirlo nella fede! Quale cammino!
Eppure non ne esiste un altro. Non c'è altra scelta.
Vuoi tu, Maria, spaventata dal credere, tornare indietro, pensare che non è vero, che è inutile tentare, che è una illusione quella di un Dio che si fa uomo, che non c'è Messia di salvezza, che tutto è un caos, che sul mondo domina l'irrazionale, che sarà la morte a vincere sul traguardo e non la vita?
No!
Se credere è difficile, non credere è morte certa.
Se sperare contro ogni speranza è eroico, il non sperare è angoscia mortale.
Se amare ti costa il sangue, non amare è inferno.
Credo, Signore!
Credo perché voglio vivere.
Credo perché voglio salvare qualcuno che affoga: il mio popolo.
Credo perché quella del credere è l'unica risposta degna di te che sei il Trascendente, l'Infinito, il Creatore, la Salvezza, la Vita, la Luce, l'Amore, il Tutto.
Che cosa strana per non dire meravigliosa: appena ho detto con tutte le viscere la parola «credo» ho visto la notte farsi chiara.
Ora chiudo gli occhi perché è proprio lei la notte che mi abbaglia con la sua luce al di là di ogni luce.
Sì, nulla è più chiaro di questa notte oscura, nulla è più visibile dell'invisibile Dio, nulla è più vicino di questo infinitamente lontano, nulla è più piccolo di questo infinito Iddio.

Difatti è riuscito a stare nel tuo piccolo seno di donna, Maria, e tu l'hai potuto scaldare col tuo corpicino bello.

Maria! Sorella mia!
Beata te che hai creduto, ti dico stasera con entusiasmo, come te lo disse tua cugina Elisabetta, in quel vespero caldo ad AinKarim.

- Carlo Carretto -
da: Beata te che hai creduto





Salmo 97


 (Il trionfo del Signore)

Cantate al Signore un canto nuovo, 
perché ha compiuto prodigi.

Gli ha dato vittoria la sua destra 
e il suo braccio santo.
Il Signore ha manifestato la sua salvezza, 
agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia.

Egli si è ricordato del suo amore, 
della sua fedeltà alla casa di Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto 
la salvezza del nostro Dio.

Acclami al Signore tutta la terra, 
gridate, esultate con canti di gioia.

Cantate inni al Signore con l'arpa, 
con l'arpa e con suono melodioso;
con la tromba e al suono del corno 
acclamate davanti al re, il Signore.

Frema il mare e quanto racchiude, 
il mondo e i suoi abitanti.

I fiumi battano le mani, *
esultino insieme le montagne
davanti al Signore che viene, 
che viene a giudicare la terra.

Giudicherà il mondo con giustizia 
e i popoli con rettitudine.

Gloria al Padre e al Figlio 
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, 
nei secoli dei secoli. Amen.




Buona giornata a tutti :-)

www.leggoerifletto.it



domenica 8 dicembre 2019

L’ora di grazia universale da recitarsi l’8 Dicembre alle 12:00

Così disse la Madonna l´8 dicembre 1947 a Pierina Gilli a Montichiari (BS):
« Desidero che ogni anno, il giorno 8 Dicembre, si pratichi a mezzogiorno 
l´Ora di Grazia universale; con questa pratica si otterranno numerose grazie spirituali e corporali … 
Sia riferito al più presto possibile al Sommo Padre della Chiesa Cattolica Papa Pio XII che desidero che quest´Ora di Grazia sia conosciuta ed estesa a tutto il mondo. 
Quelli che non potranno recarsi nelle rispettive chiese, otterranno da me le grazie pregando anche nelle loro case.»

Vergine Immacolata, Madre di Grazia, Rosa Mistica, a onore del Tuo Divin Figlio, ci prostriamo davanti a Te per implorare da Dio misericordia: non per i nostri meriti, ma per la tua bontà del tuo Cuore materno, chiediamo aiuti e grazie, sicuri che ci esaudirà.

– Ave Maria

Madre di Gesù, Regina del S.Rosario, e Madre della Chiesa. Corpo mistico di Cristo, impetriamo per il mondo riarso dalle discordie il dono dell´unità e della pace e tutte quelle grazie che possono convertire i cuori di tanti tuoi figli!

– Ave Maria

Rosa Mistica, Regina degli Apostoli, fa´ fiorire attorno agli Altari Eucaristici numerose vocazioni religiose e sacerdotali che, con la santità della vita e lo zelo ardente per le anime possano estendere il Regno del tuo Gesù in tutto il mondo! Ricolma pure noi dei tuoi favori celesti!

– Salve Regina

Rosa Mistica Madre della Chiesa, prega per noi!

– Con approvazione Ecclesiastica –

Annunciazione
Affresco  Cappella Ravacaldi
Cattedrale  di Parma, Italy

Quale dev'essere la nostra risposta al dono supremo?  Nel rac­conto dell'annunciazione la risposta è formulata attraverso una autodefinizione di Maria: "Io sono la serva del Signore". L'a­spetto di umiltà in quella parola "serva" è stato spesso sottoli­neato e non sempre felicemente, dirottato spesso verso consa­pevoli o inconsce conclusioni antifemminili: l'umiltà, il nascon­dimento, la discrezione devono essere le doti della donna che vuole imitare Maria.

In realtà il titolo è solenne, è quello che esprime dignità della sposa ed è anche il titolo classico dei per­sonaggi che devono espletare una funzione decisiva nella storia della salvezza: servo del Signore è Abramo, è Mosè, Giosuè, è Davide, sono i profeti e "Servo del Signore" per eccellenza sarà il Messia: Maria ha la coscienza che in lei, donna semplice e co­mune, Dio ha realizzato l'intervento grandioso e definitivo del­la salvezza "attesa da tutte le generazioni".

Maria afferma, quin­di, la piena coscienza della sua vocazione e del suo destino: E da questo momento in avanti la sua missione è quella di acco­gliere il dono sublime di quel figlio: "avvenga di me quello che hai detto".

Con questa adesione nella fede e nell'amore Maria diventa l'emblema del vero discepolo di Dio.

- Card. Gianfranco Ravasi -



Memorare

Ricordati, o piissima Vergine Maria,
che non si è mai udito al mondo
che alcuno sia ricorso alla tua protezione,
abbia implorato il tuo aiuto,
abbia chiesto il tuo soccorso,
e sia stato abbandonato.
Animato da tale fiducia,
a te ricorro, o Madre, Vergine delle vergini;
a te vengo, dinnanzi a te mi prostro, peccatore pentito.
Non volere, o Madre del Verbo,
disprezzare le mie preghiere,
ma ascoltami benevola ed esaudiscimi.
Amen.

Buona giornata a tutti. :-)


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martedì 26 marzo 2019

Gesù concepito: vero Uomo e vero Dio - Mario Palmaro

Dio irrompe nella storia con la delicatezza di un piccolo embrione d’uomo che bussa al cuore di una giovane donna dl Nazareth. Una verità della fede che non mortifica la ragione ma che la aiuta a riconoscere la dignità dl ogni concepito. Forse non siamo abituati a pensarci. 
Ma il grande mistero dell’Incarnazione di Dio getta una luce sfolgorante sulla stupefacente realtà della vita umana prima della nascita. 
Non occorrono straordinarie competenze teologiche per accorgersi che la strada scelta da Dio per farsi uomo passa concretamente, realmente attraverso ogni fase della nostra vita. Gesù è stato un tenero bambino nella mangiatoia della stalla di Betlemme; un ragazzo abile e sveglio nel tener testa ai dottori del tempio; un giovane vigoroso nella bottega di Giuseppe; è stato, in una parola, l’uomo perfetto. 
Egli ha attraversato ogni età della vita non come un fantasma, o come un simulacro di umanità, ma come vero Dio fatto vero uomo in tutto, fuorché nel peccato.
Poiché tutto ciò è realmente accaduto, allora non rimane che riconoscere che Gesù di Nazereth è stato anche, per nove mesi della sua vita, un uomo concepito. Lo è stato attraversando tutte quelle fasi dello sviluppo embrionale, necessarie alla crescita organica di ognuno di noi, e che continueranno a essere la strada obbligata per ogni uomo che si affaccia alla vita.
Una mortificazione per la ragione?
Se contempliamo Gesù concepito ci accorgiamo che egli, prima ancora di iniziare la sua vita pubblica e la sua predicazione, di compiere miracoli e di consolare le folle, di morire in croce e risorgere; prima di tutte queste cose egli già ci parla silenziosamente. E ci comunica la straordinaria dignità che ogni concepito d’uomo porta impressa su di sé. 
Quasi un sigillo regale che l’uomo contiene nella sua stessa natura, non a partire dalla nascita, ma dal momento stesso in cui è chiamato misteriosamente alla vita, nell’intimità del grembo materno. Qualcuno potrebbe ravvisare in questo discorso un che di offensivo per la ragione, potrebbe addirittura pensare che la dignità del concepito sia un dogma delta fede cattolica, una verità rivelata comprensibile soltanto agli occhi del credente. 
Nulla di più lontano dalla realtà. 
L’embrione merita di essere trattato con rispetto innanzitutto perché è un uomo, e come tale partecipa delta sua dignità e dei suoi diritti naturali. La ragione umana non ha bisogno, in questo riconoscimento, di alcuna “stampella” soprannaturale. Ma è anche vero che la profonda comprensione della grandiosità di ogni singolo essere umano, della sua antropologia e del suo destino eterno non può che avvenire in Gesù Cristo. 
Ecco perché la contemplazione di Gesù Concepito ci rivela con sorprendente efficacia chi abbiamo davanti quando ci troviamo di fronte a un embrione umano, seppure alle primissime fasi del suo sviluppo. 
Nella prospettiva della fede, quell’embrione è Gesù stesso. 
L’Annunciazione, Dio si fa uomo.
Del resto, le parole dell’Angelo Gabriele non lasciano dubbio alcuno sulla consistente concretezza di quell’avvenimento, realizzato attraverso il fiat della Madonna: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Luca 1, 30-31). 
Maria è la donna del sì. Del sì alla vita che si compie in lei nella pienezza più assoluta. “Non temere”, le dice l’ angelo, che evidentemente ha letto sul volto bellissimo della Vergine la paura, lo smarrimento di fronte all’annuncio più sconvolgente che orecchie umane abbiano mai ascoltato.
Ma Maria non giunge impreparata all’appuntamento con l’angelo. Nella sua storia tutto sembra ruotare intorno all’istante prodigioso del concepimento.
Maria è senza macchia, perché Dio l’ha preservata dal peccato originate, e 
l' ha resa immacolata non dalla nascita, ma sin dal suo concepimento. 
“Io sono l’Immacolata Concezione”, dirà alla piccola Bernadette Soubirous apparendo nella grotta di Lourdes. 
E Maria dice il suo sì proprio al concepimento verginale del Figlio di Dio. Ed è un sì che non viene pronunciato di fronte a un Dio che irrompe nella storia degli uomini in maniera trionfale, con un frastuono di trombe e di eserciti cui nessuno potrebbe resistere; ma al contrario con la delicatezza, la debolezza, diremmo, di un piccolo embrione d’uomo che bussa al cuore di una giovane donna di Nazareth.

- Mario Palmaro -


 Maria di Nazareth:  Maria madre silenziosa del Verbo

Chiacchiere o preghiere?
Uno degli aspetti più insopportabili delle inflazionate e variopinte devozioni mariane, di gran moda oggi, è l'eccessiva verbosità difficile da distinguere dalla mielosa, e pestifera, adulazione. 
Il chiacchiericcio su Maria, i panegirici privi di qualsiasi sotto sfondo teologico, il magismo hanno finito per trasformare la madre di Gesù più in una donna da sceneggiata che nella Vergine Madre. 
Il fideismo mariano si è trasformato in un enorme supermercato dell'ovvietà sentimentaloide dove ognuno può trovare quanto serve a sedare le proprie inquietudini o a sublimare i propri nevrotici sensi di colpa. Mi ha sempre colpito un bel pensiero elaborato nel IV secolo dal vescovo di Milano sant'Ambrogio: "Maria è il tempio di Dio, non Dio nel tempio". Appunto perché tempio, e quindi silenzioso luogo di incontro e non vociante occasione di scambio, Gabriele la contatta nella più assoluta discrezione e nel più rigoroso riserbo.
Silenzio fecondo
Le grandi proposte di vita si fanno nell'intimità dell'incontro. Tutto nella riservatezza e non sotto le telecamere della curiosità o davanti ai microfoni del gossip. Il Verbo da annunciare fino agli estremi confini del mondo, viene concepito nella silenziosa penombra di Nazaret. La gestazione divina avviene in una madre umana che non propaga ai quattro venti le parole ricevute, ma le "contempla e custodisce nel suo cuore" (Lc 2,19). 
Eppure la giovane Myriam ne avrebbe cose da dire e da spiegare. Ma dove trovare le parole capaci di convincere che suo Figlio è frutto solo della sua più radicale e disinteressata disponibilità di fronte a un Dio che non è assolutamente banale nelle sue proposte a cui accondiscendere? 
Quali discorsi possono spiegare che in un "fiat" è condensato il dramma, umanamente incomprensibile, di una nuova creatura concepita in un modo così inconcepibile ed esposto al cicaleggio, al dileggio, al sospetto ed alla maldicenza? Essere riempiti del Verbo, significa essere colpiti dalla spada dello Spirito Santo, come ci ricorda san Paolo nella lettera agli Efesini (6,17). E la Parola-Spada è "efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e sa discernere i pensieri e i sentimenti del cuore" (Eb 4,12). 
Il silenzio è il setaccio attraverso cui le parole si trasformano in Parola. L'atteggiamento di Maria ci ammonisce che fare della Parola un qualcosa da esibire, da rappresentare, da declamare, da proclamare con tonalità dubbie ed equivoche, non è pregare, ma profanare.
Nel silenzio germina una nuova vita
Man mano che nel suo grembo il Verbo assume fattezze umane, la premurosa custodia e la paziente meditazione della Parola, fa maturare ed affina la coscienza della Madre indurendola al filo d'ascia della solitudine. 
La coscienza si trasforma in un melting pot in cui le vane parole umane si liberano di ogni banale formalismo e si trasformano in preghiera; i sentimentalismi esistenziali vengono armonizzati fino a diventare puro istinto materno; le relazioni fatue si saldano e cementano facendo sbocciare una famiglia. 
Deve essere stato esaltante ed ineffabile il momento in cui la giovane ragazza di Nazareth ha avuto il lampo di certezza che la goccia di vita venuta dal cielo si stava trasformando in vita vera, in persona che segnalava la sua presenza. 
In quei momenti Maria non aveva una corona di stelle sul capo o la luna sotto i piedi, ma un bimbo nel suo grembo ed una gioia esplosiva nel suo cuore che vaporizzava ogni paura e dubbio. Tra madre e figlio si instaura un dialogo senza parole ma con emozioni e significati profondi. 
Lo sbocciare di una nuova vita colora l'esistenza di nuovi valori e sfumature che danno senso a fatica, dolore, preoccupazione e solitudine che tutti i grandi valori hanno a traino. 
Diventare madre comporta il rimettersi in gioco assumendo un nuovo ruolo e nuove responsabilità al grande tavolo della vita. Il cuore di una madre si rafforza alimentandosi alla dispensa dell'amore, dell'attenzione, della premura e della dedizione tanto da diventare il segno più credibile del fatto che chi muove la storia non è la selezione naturale, ma il roccioso amore di ogni madre. Si tratta di una realtà così vera e radicata che neanche la "liquidità" della fede moderna riesce a negare. 
La vera devozione mariana dovrebbe condurci a vivere personalmente queste realtà senza tentennamenti o fughe nello sterile devozionalismo.

- Bernardina do Nascimento -




Buona giornata a tutti. :-)