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lunedì 9 aprile 2012

Giobbe è esempio di pazienza e rassegnazione alla volontà divina – a cura di Marcello D’Orta

Per il povero Giobbe la sua vita fu tutto un diciassette. Egli era ricco, aveva mogli e asini, figli e cammelli, buoi e pecore. Non gli mancava niente. Era anche buono, generoso e ubbidiente: se gli moriva una moglie o un asino, diceva “non fa niente”.
Dio allora lo mise alla prova. Gli fece morire prima tutti i fratelli, tutti i cognati e tutti i nipoti, poi tutte le mogli e tutti i figli.

Egli rimase solo con le sue bestie, aveva settemila pecore, quattromila buoi e trentamila cammelli: mancavano solo figli e mogli.
Il giorno dopo Dio fece morire in un sol colpo tutti gli animali e Giobbe rimase solo come un cane. Ma Dio, non contento, gli scaricò addosso tutte le malattie di questo mondo: peste, colera, lebbra, rogna, emorroidi. Forse pisciava pure nel pappagallo.

Con tutto questo non si lamentava mai nemmeno per scherzo. Dio allora, vedendo che aveva superato la prova, gli fece resuscitare tutti i figli, i fratelli, le mogli, gli zii e perfino i cammelli.
E a lui tolse tutte le malattie e lo fece campare per altri cento anni.



(Marcello d'Orta)

Fonte: “Dio ci ha creato gratis. Il Vangelo secondo i bambini di Arzano” a cura di Marcello d’Orta, Arnoldo Mondadori Editore, maggio 1992


Giobbe, dipinto su una parete della cascina Galbusera Nera
nel Parco regionale di Montevecchia e della valle del Curone

Noto come modello di santità per la sua pazienza. Visse in una regione prossima all'Arabia settentrionale. Era "l'uomo piú facoltoso di tutti gli Orientali" e possedeva cammelli, buoi, asini e schiavi in grandissima quantità ( 1, 3 ). Tutto fa credere che non fosse ebreo, uomo intemerato nei costumi, "retto, timorato di Dio e alieno dal male" (1, 1; 2, 3). Ebbe sette figli e tre figlie e nella sua famiglia esercitò funzioni sacerdotali offrendo ogni sette giorni sacrifici per ciascuno dei suoi figli (1, 5; 42, 8). Era al colmo della ricchezza e della felicità quando improvvisamente fu colpito da una lunga serie di disgrazie che lo privarono in breve tempo di ogni suo avere e perfino dei figli (1, 13-19). Bellissime, pur nella loro lapidaria semplicità, le sue parole di rassegnazione davanti alla perdita delle cose e delle persone piú care: "Iahweh ha dato e Iahweh ha tolto: il nome di Iahweh sia benedetto" (1, 21). Ammalatosi di una malattia ripugnante e dolorosa, Giobbe rimane sottomesso e respinge la moglie che gli consiglia di maledire Dio.  (2, 7-10). Cacciato di casa, è costretto a passare i suoi giorni in mezzo ad un letamaio.Allora tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Zofar vengono a compiangerlo (capitoli 1 e 2). Giobbe e gli amici confrontano le loro concezioni riguardo alla giustizia divina. Elifaz parla con la moderazione che l'età gli ispira; Zofar segue gli impulsi della sua giovane età, mentre Bildad è un sentenzioso che si tiene su una linea media. Tutti e tre, però, difendono la tesi tradizionale secondo la quale se Giobbe soffre significa che ha peccato. Ma alle loro considerazioni teoriche Giobbe contrappone la propria esperienza dolorosa e le ingiustizie di cui il mondo è pieno; nella sua condizione di turbamento morale, il grido di rivolta si alterna a espressioni di sottomissione. A questo punto interviene un nuovo personaggio, Elhu, che dà torto sia a Giobbe che agli amici, tentando di giustificare la condotta di Dio. In mezzo a un turbine interviene direttamente Jahve  stesso fa sentire la sua parola ammonitrice (38-41) e a Giobbe non resta che umiliarsi davanti all'infinita e imperscrutabile sapienza di lui, gettandosi "sulla polvere e sulla cenere" (42, 6). I tre amici sono condannati ad offrire un sacrificio di espiazione per il loro ingiusto e crudele comportamento nei riguardi di Giobbe e questi, proclamato innocente, viene restituito alla sua antica felicità nel godimento di beni due volte superiori a quelli che aveva avuto precedentemente (42, 7-10).
La vita di Giobbe dopo la prova è compendiata dal libro sacro in pochissimi versetti (42, 11-17). Riebbe i suoi armenti, generò di nuovo sette figli e tre figlie, visse ancora altri centoquarant'anni e "vide i suoi figli e i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione e morí vecchio e pieno di giorni" (42, 16-17).

mercoledì 8 febbraio 2012

Perché furono distrutte Sodoma e Gomorra? – a cura di Marcello d’Orta

Sodoma e Gomorra erano due città vicinissime dell'Antico Testamento famose nel mondo per le loro schifezze e facevano la sfida a chi inven­tava più disgusti.
A Sodoma e Gomorra facevano i figli uomini con uomini, donne con donne, e le suore le vio­lentavano facendo il tocco. Erano le città dell'aidiess e della droga, i vecchi buttavano la ma­no morta e tutti facevano i rutti in chiesa.
Uno solo era bravo e buono, un certo Lot. Egli non aveva quasi sesso ed era molto per bene. Un giorno incontrò due Spiriti Buoni che gli dissero: «Lot, salvati!».
Allora lui prese la famiglia e se ne scappò da Sodoma e Gomorra. E proprio in quel momen­to Dio mandò una pioggia di fuoco sulle due città, così tutti i ricchioni morirono, tutte le zoc­cole si ustionarono e il terremoto fece cadere il bordello sulla testa ai malvagi.
Lot e la sua famiglia si salvarono, ma quella mezza scema della moglie di Lot per vedere co­me finiva si girò e fu trasformata in una statua di sale doppio o fino.
Questo racconto insegna che nemmeno il di­luvio universale è servito a qualcosa.
(Marcello d'Orta)

Fonte: “Dio ci ha creato gratis. Il Vangelo secondo i bambini di Arzano” a cura di Marcello d’Orta, Arnoldo Mondadori Editore, maggio 1992

  La partenza di Lot con la sua famiglia da Sodoma
  Peter Paul Rubens (1577-1640)
  Martin-von-Wagner-Museum, Würzburg, Germania
 
Narra la Bibbia che Lot, era il nipote del patriarca Abramo, figlio di suo fratello Aran. Aran aveva seguìto suo zio nella marcia fino alla terra promessa (Gn 11,27-31) ed aveva scelto come suo territorio la valle del Giordano e la zona intorno al Mar Morto (Gn 13).
Qui sorgevano anche le città di Sodoma e Gomorra. Un giorno Abramo ebbe una visita di tre uomini misteriosi, proprio nell’ora più calda del giorno. Questi tre personaggi — che poi si restringono a due e vengono definiti angeli — nel racconto dei capitoli 18-19 della Genesi si configurano anche come segno della presenza divina. Gli angeli recano un messaggio terribile:  a causa della grande corruzione, Sodoma sarà annientata. I messaggeri divini erano nella casa di Lot ed accadde quello  che la Bibbia narra con raccapriccio, non solo per il tipo di violenza sessuale che i Sodomiti avrebbero voluto perpetrare, ma anche e soprattutto per la violazione di una delle leggi più sacre dell’Oriente, quella dell’ospitalità. Nella notte, infatti, «gli uomini della città si affollarono intorno alla casa di Lot dicendo: Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!» (19,4-5).
Anche se il loro progetto di violenza omosessuale viene frustrato da un intervento divino accecante, il giudizio di Dio irromperà con un cataclisma e la distruzione di Sodoma e Gomorra. Lot è invitato a fuggire insieme alla moglie e alle due figlie e assiste da lontano alla pioggia di zolfo e fuoco che piomba su Sodoma e Gomorra. La moglie di Lot, attardatasi è travolta da quella tempesta fino a diventare come una statua di sale.
La narrazione di Sodoma ha avuto un'enorme importanza nella cultura occidentale, perché su di essa,(oltre al Levitico 20,13,)  si è basata per secoli la giustificazione della persecuzione e condanna a morte delle persone colpevoli di comportamenti omosessuali. Ai tempi di Teodosio I, Valentiniano ed Arcadio (390 d.c.) per i prostituti omosessuali era prevista la pena del fuoco.  Il rogo era  previsto anche sotto l’imperatore  Giustiniano I, e dopo secoli di tregua, l'uccisione degli omosessuali attraverso il rogo, venne ripresa dai giudici bolognesi del XII secolo, e reintrodotta nelle legislazioni civili europee.  A partire dal XV secolo, si passò allo strangolamento, dopo di che il cadavere veniva arso sul rogo.
Nel XVIII secolo, i sodomiti venivano condannati all’impiccagione. Nel secolo scorso il mito di Sodoma, in alcune correnti letterarie, fu preso come  simbolo della libertà morale svincolata dai precetti religiosi, e come tale fu esaltato.




martedì 13 dicembre 2011

Chi sono gli Angeli? – a cura di Marcello d’Orta

Gli Angeli sono esseri fatti di aria che abitano il Paradiso assieme a Gesù la Madonna e i Santi. Hanno due ali di cigno ai lati e un cerchio d'oro in testa. Essi sono le guardie giurate di Gesù, e stanno sempre all' inpiedi, senza sedersi o cori­carsi mai. Il più anziano di loro suona una trom­ba gialla.

Gli Angeli attuali sono quelli che non si ribel­larono a Dio. Ma uno di loro, Lucifero, quello ve lo raccomando! Appena creato disse a Dio: «Perché solo Lei deve essere Dio, e noi no? Non è giusto!». Poi prese quattro o cinque An­geli bisbetici come lui e insieme si ribellarono. Dio allora prese questo gruppo di indisponenti e li fece volare a testa in giù dentro l'Inferno. Poi accese un fuoco eterno e se ne andò. Da quel momento, a causa del fumo e della fuliggi­ne, quegli Angeli da bianchi che erano diventarono neri, gli spuntarono due corna scure e le ali di cigno diventarono di pipistrello. Che schifo!

Gli Angeli buoni invece non si ribellano mai e a Natale si mettono in cerchio sopra a Gesù.

 (Marcello d'Orta)

Fonte: “Dio ci ha creato gratis. Il Vangelo secondo i bambini di Arzano” a cura di Marcello d’Orta, Arnoldo Mondadori Editore, maggio 1992

Marcello D'Orta, nato a Napoli nel 1953, maestro di scuola elementare e scrittore è l’autore del best seller “Io speriamo che me la cavo”. Il libro raccoglie sessanta temi scritti da ragazzi di una scuola elementare della città di Arzano (Na). E’ inoltre autore di numerosi altri libri di successo come “Dio ci ha creato gratis”.