giovedì 19 gennaio 2012

Beati i miti – Card. Carlo Maria Martini

Mi piace riportare l'opinione di un illustre esegeta, il padre
Jac­ques Dupont, di cui condivido la conclusione:
"La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell'
aspetto dell'umiltà che si manifesta nell'affabilità messa in
atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua
illustrazione e il suo perfet­to modello nella persona di Gesù,
mite e umile di cuore. In fondo, tale mitezza ci appare come una forma della carità, pa­ziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui".
Comprendiamo allora perché Gesù promette ai miti il pos­sesso della terra. La rinuncia alla vendetta, infatti, la rinuncia al­la sopraffazione, alla prepotenza, fa trovare al cristiano, in ogni occasione, la via per aprire spazi alla misericordia della verità, alla costruzione di un nuovo volto della società.
Naturalmente, la mentalità evangelica della mitezza matura soltanto lentamen­te nel singolo cristiano e ancora più lentamente nell'esperienza dei popoli. Bisogna essere passati per molte prove, delusioni, amarezze, sconfitte, per capire che la violenza di ogni tipo, compresa quella morale e ideologica, è alla fine perdente.

Vi offro tre spunti di riflessione che vi permetteranno di co­gliere il messaggio permanente della parola di Gesù.

1.      Con la beatitudine dei miti Gesù condanna chiaramente ogni forma di prepotenza. La prepotenza non paga. Quindi i prepotenti, che si ritengono felici in questo mondo, sono in realtà degli sventurati, perché il loro potere è logorato alla radi­ce
ed essi cadranno come un vaso di argilla che viene frantu­mato.

2.      Il messaggio di Gesù promuove il coraggio della non vio­lenza. I Padri della Chiesa, che hanno commentato a lungo il brano evangelico delle beatitudini, vedono la mitezza proprio come la rinuncia alla violenza, alla vendetta, allo spirito
vendi­cativo.

3.      È importante coltivare lo spirito di dolcezza, di mitezza, di ac­coglienza, di capacità di amicizia e di relazioni autentiche e vere.

(Card. Carlo Maria Martini)
Discorso della montagna e guarigione del lebbroso
Cosimo Rosselli (Firenze 1439 – 1507).
Cappella Sistina, Città del Vaticano, in Roma (Italy)

 Nella primavera del 1481 fu inviato da Lorenzo Il Magnifico insieme ad altri artisti a dipingere la Cappella. Rosselli realizzò i tre affreschi della Discesa dal Monte Sinai, il Discorso della montagna e guarigione del lebbroso, infine l'affresco con l’Ultima Cena.
L’affresco riprende principalmente due episodi biblici, il Discorso della Montagna, a sinistra, dove Gesù pronuncia il sermone circondato dai dodici apostoli e dalla folla. Gli apostoli sono posti alle spalle di Gesù mentre la folla è raffigurata di fronte, le donne indossano quasi tutte un velo bianco ed in primo piano si vede un uomo vestito di nero di spalle mentre discute.

<< Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.>> (Matteo 5, 3-12)




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