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giovedì 13 ottobre 2011

La casa di Maria – Michele Zanzucchi

Un forte seleucida domina la valle che conduce a Efeso. E’ chiamata la “fortezza delle capre” perché, per toglierla ai genovesi, gli ottomani sarebbero arrivati alla vetta impervia seguendo delle capre, rivestiti di pelli di quegli stessi animali. Ecco poi la cittadina di Selcuk, ventimila anime, situata all’ombra della grande fortezza di Ayasoluk e della sottostante basilica di San Giovanni, che tanti considerano la prova più eclatante della veridicità della presenza dell’apostolo in questa città. La basilica del Vi secolo, di cui restano gli immensi basamenti e alcune strutture murarie superiori, è senza dubbio il maggior edificio di tradizione bizantina della città.

Meryem Ana Evi, o Meryemana, “Madre Maria”, è la casa nella quale la tradizione dice che abbia abitato la Vergine Maria fuggita da Gerusalemme assieme a Giovanni. Per giungere al luogo del santuario, bisogna percorrere una scoscesa strada asfaltata costruita con i proventi delle candele e delle offerte della gente. Sì, perché nella casetta ogni anno transitano più di un milione di pellegrini, in massima parte musulmani. Scolaresche intere, confraternite, associazioni, famiglie, villaggi: ogni gruppo e ogni modo è buono per visitare la casa: nell’ascesa costeggio gruppi di fedeli che percorrono i sette chilometri di salita a piedi. Da prima dell’anno Mille, i musulmani festeggiano qui la festa del 15 agosto.

Una quantità di miracoli sarebbe avvenuta nella casetta – leucemie guarite, piaghe sparite nel giro di una notte, handicap scomparsi… -, che non vengono pubblicizzati per ovvi motivi di prudenza, in questa terra in cui alla religione non è consentito avere una vita ufficiale. La mia guida afferma di avere lei stessa un giorno seguito un anziano musulmano che per una mezz’ora sembrava voler catturare con il suo prominente e rumoroso naso ogni profumo proveniente dalla casetta e dai suoi dintorni. Alla richiesta di una spiegazione di quello strano comportamento, l’uomo le aveva detto di essere venuto in pellegrinaggio chiedendo di riavere l’olfatto, completamente scomparso da dieci anni. L’aveva riottenuto. Come lui, molti musulmani vengono per ringraziare delle piccole o grandi grazie ricevute da Meryem, annodando piccoli fazzoletti bianchi a una grata sistemata apposta sotto la casetta per evitare che tutto il recinto del santuario sia tappezzato di tali fazzoletti.

Qui è salito Giovanni Paolo II nel 1979, appena un anno dopo la sua elezione al soglio pontificio, così come poi ha fatto nel 2006 il suo successore Benedetto XVI. Ora la casetta è custodita da un cappuccino e da due suorine vestite d’azzurro. C’è raccoglimento. Nulla di eclatante, nulla di roboante, come si addice a tutto quello che è mariano. Le candeline di cera gialla si consumano nello spazio di qualche decina di minuti. Eppure, più che nei santuari mariani più accreditati – da Lourdes a Fatima a Loreto -, qui si respira la normalità di una donna che ha dato al mondo il figlio di Dio, divenendo essa stessa Madre di Dio, Théotokos, come ha stabilito un concilio avvenuto proprio nella città sottostante di Efeso. Sembra evidente come proprio Meryem-Maria sarà la via che riavvicinerà musulmani e cristiani, che colmerà il pauroso fossato che li separa quest’oggi.

(Zanzucchi Michele)
Fonte: “Cristiani nelle terre del Corano. Viaggio nei paesi musulmani del Mediterraneo” di Michele Zanzucchi, pagg.171,172, Editrice Città Nuova 2007