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venerdì 7 dicembre 2018

Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al posto dei vostri figli - Sant'Ambrogio

1. L’educazione dei figli è impresa per adulti disposti ad una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l’affetto necessario.
2. Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna.
3. Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro; siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani con slancio anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.

4. Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare.

5. Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna, e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è insopportabile una vita vissuta per niente.

6. Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e la stima che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni, il gusto per le cose belle e l’arte, la forza anche di sorridere. 
E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato: e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.

7. I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene.

da: "Sette dialoghi con Ambrogio, Vescovo di Milano" (Centro Ambrosiano, 1996).


Il Vescovo Ambrogio ripeteva: «Omnia Christus est nobis! – Cristo è tutto per noi!». 
E spiegava: «Omnia Christus est nobis! 
Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce ... 
Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in Lui!»



«Il Signore ci conceda di navigare,
allo spirare di un vento favorevole,
sopra una nave veloce;
di fermarci in un porto sicuro;
di non conoscere da parte degli spiriti maligni
tentazioni più gravi
di quanto siamo in grado di sostenere;
di ignorare i naufragi della fede;
di possedere una calma profonda,
e, se qualche avvenimento susciti contro di noi
i flutti di questo mondo,
di avere, vigile al timone per aiutarci,
il Signore Gesù,
il quale con la sua parola comandi,
plachi la tempesta,
stenda nuovamente sul mare la bonaccia.
A lui onore e gloria,
lode, perennità dai secoli e ora e sempre
e per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

- Sant’Ambrogio - 


Buona giornata a tutti. :-)

www.leggoerifletto.it


sabato 1 dicembre 2018

La donna con l'agnello - Leggenda attribuita a sant'Ambrogio

Un caldo giorno d'estate, uno studente attraversava la piazza di una grande città, famosa per la bellezza delle sue antiche chiese. 
Stava preparando la tesi in architettura e voleva includervi la storia di quegli splendidi monumenti. 
Proprio quella mattina aveva deciso di visitare una delle cattedrali più importanti quando, un po' per l'afa fattasi insopportabile, un po' per sottrarsi al rumoroso traffico dell'ora di punta, decise di entrare nella chiesa che si affacciava sulla piazza.
Appena entrato, si guardò intorno con l'occhio attento di chi cerca qualcosa di particolare, ma la chiesa gli parve del tutto normale, comunque offriva un po' di frescura e i rumori della città vi giungevano piacevolmente attutiti.
Ai lati della navata centrale si allineavano piccole cappelle, ognuna con la rappresentazione di una figura sacra e un tavolino in ferro su cui brillavano allegri tanti lumini. Non che lo studente fosse particolarmente religioso ma ormai, dopo gli studi fatti, sapeva riconoscere gran parte delle figure rappresentate in ogni nicchia.
La Vergine... san Giuseppe con il suo bastone... san Pietro crocifisso a testa in giù... E questa? Si fermò incuriosito davanti al quadro di una giovanissima donna che reggeva fra le braccia una foglia di palma e un piccolo agnello.
Quella tela lo affascinò a tal punto da non riuscire a staccarne gli occhi. Così si sedette su un banco da cui poterla comodamente osservare. 
Era certamente una giovane dell'antica Roma: lo si notava subito dall'abbigliamento, ma anche dai tratti del volto con il naso diritto e affilato, gli occhi scuri e penetranti soffusi di fierezza e dignità, l'ovale perfetto e le labbra sottili appena increspate da un sorriso.
Il nostro studente si domandava quale artista l'avesse mai ritratta con tanta maestria... o forse la fanciulla stessa, con la sua conturbante bellezza, aveva dato vita e anima a quella tela.
«Non la riconosci?» gli chiese una voce al suo fianco.
Il ragazzo fece un balzo: era talmente intento a osservare il quadro che non si era accorto di non essere più solo. 
Vicino a lui sedeva una donna anziana e sorridente, bella di quella particolare bellezza interiore che solo l'età sa donare quando la vita ha maturato buoni frutti.
«A essere sincero, non la riconosco proprio. Lei sa chi è?»
«Ma certo» rispose la donna: «porto il suo nome e so tutto di lei... Vuoi conoscerne la storia?».
«Ne sarei felice, ma non vorrei farle perdere tempo...» rispose lui, senza sapersi spiegare il perché di quell'insopprimibile desiderio di ascoltare la storia della "ragazza con l'agnello".
«Non ho problemi di tempo, figlio mio. Allora ascolta...» e l'anziana signora si sedette vicino a lui cominciando il suo racconto.
«Si chiamava Agnese e la sua bellezza, come puoi ben vedere, era straordinaria. Chi la incontrava non poteva che fermarsi ad ammirarla, rimanendo calamitato dall'espressione di quel viso. Non era solo la perfezione delle forme che risaltava in Agnese, ma qualcosa di più profondo, come se un fuoco l'abitasse emanando un alone luminoso.
Di lei era pazzamente innamorato il figlio del prefetto che avrebbe dato qualunque cosa pur di essersene ricambiato. 
Più volte l'aveva chiesta in moglie offrendole quello che nessuna donna in Roma avrebbe neanche osato sperare di possedere, ma Agnese pareva non interessarsi né all'amore del giovane né a quanto lui le offriva.
Un giorno le parve però corretto giustificarsi con lui, sperando che di fronte a un'evidenza che non gli lasciava speranze avrebbe smesso di soffrire. 
Gli confidò quindi di essere già innamorata di un uomo cui nessun altro poteva essere paragonato, che non le offriva nulla di quanto si potesse immaginare ma qualcosa che valeva molto di più. Lo pregò quindi di non tormentarsi per lei ma di rivolgere il suo amore verso una giovane che potesse ricambiarlo rendendolo felice.
A quelle parole, pronunciate con dolcezza ma anche con determinazione, il giovane tornò al suo palazzo in preda alla disperazione, avendo intuito che non avrebbe mai potuto competere con questo misterioso rivale.
Passò un certo tempo e il prefetto cominciò seriamente a preoccuparsi per lo stato di depressione in cui era caduto il figlio. Decise quindi di scoprire chi fosse l'amante di questa cocciuta fanciulla e, forte del suo potere, sguinzagliò i migliori informatori per tutta Roma.
Uno di loro aveva particolarmente in odio Agnese, essendo a sua volta segretamente innamorato di lei e, come spesso accade agli uomini, non gli parve vero di poter distruggere ciò che non poteva avere.
Si recò quindi dal prefetto e gli raccontò di come Agnese facesse parte della setta dei cristiani e, come molti di loro, fosse esperta in arti magiche tanto da dichiararsi perdutamente innamorata di qualcuno crocifisso a Gerusalemme tanti anni prima. Il suo parere personale era che non si può amare qualcuno che neppure si è conosciuto e che, per giunta, è già morto, senza dar segno di un profondo squilibrio della mente, sicuramente dovuto ai malefici influssi di qualche forza occulta.
In parte rincuorato da questa notizia che non prospettava nessun aitante giovane nella vita di Agnese, il prefetto decise di convocarla al suo palazzo per rendersi personalmente conto della situazione.
Quando la vide ne rimase però stranamente turbato: non solo era bella, ma emanava qualcosa di simile a una calda e fluida corrente che faceva vibrare il cuore. Non riuscì neppure a trattarla troppo rudemente, come era sua abitudine. Cercò invece di allettarla con parole e offerte che la sua esperienza sapeva non avrebbero potuto lasciare indifferente una donna.
Ma Agnese non era una donna come le altre e tutto quello che lui metteva in campo, pensando di far presa sulla sua natura femminile, si scioglieva nella totale indifferenza.
Di fronte a tanto evidente insuccesso non poté che prendere il sopravvento la collera e il prefetto passò a ben altri sistemi per tentare di convincere la ragazza a sposare il figlio, non ultima la prospettiva di terribili torture.
La paura che albergava nel cuore di Agnese, come in quello di chiunque altro, in quel momento irruppe in tutta la sua potenza. Era giovane e amava la vita: come non temere il dolore e la morte? 
Le era stato insegnato che la vita era un grande dono divino, ma anche che il coraggio di difendere ciò in cui si crede la rende veramente degna di essere vissuta.
Agnese era perciò confusa: la mente metteva in campo i suoi soldati, uno da una parte e uno dall'altra, come sempre in contrapposizione. Che fare?
Non rimaneva che scavalcare d'un balzo la mente e tuffarsi nel cuore: così la giovane rimase ferma sul suo tenace rifiuto.
"Se lo è cercato proprio lei" pensò il prefetto, come per alleggerirsi da un peso, e convocò per quello stesso giorno il tribunale che avrebbe dovuto giudicare Agnese in quanto appartenente alla fanatica setta dei cristiani.
Contro di loro tuonò il più agguerrito dei giudici romani: "... non si può ulteriormente tollerare un nido di vipere simile a quello nel cuore della città! I cristiani sono dei pazzi, fautori di pericolose utopie e, come tali, vanno distrutti".
Avrebbero però concesso ad Agnese, in virtù della sua incosciente giovinezza, ancora una scelta: avrebbe avuto salva la vita se fosse entrata a far parte delle vestali del tempio.
Ma come avrebbe potuto inchinarsi di fronte a un vuoto simulacro, quando nel suo cuore ardeva la fiamma dell'unico Dio vivente! Il solo pensiero la faceva rabbrividire: il tempio di Vesta sarebbe stato simile a una nera tomba in cui la sua anima sarebbe lentamente morta.
"È la tua ultima possibilità" replicò il prefetto: "o ti unisci alle vergini che onorano la dea Vesta o sarai portata nella piazza delle meretrici e lì la tua sorte seguirà quella delle altre sciagurate che offrono il loro corpo, non a un degno amore ma solo alla bramosia dei sensi".
"Tu non sai quello che stai dicendo" rispose pacatamente Agnese, sicura delle sue parole come mai lo era stata prima d'allora. "Nulla accade fuori dalla volontà divina e se è questo che Lui vorrà nessuno toccherà il mio corpo".
"Stupida ragazza" pensò indispettito il prefetto, chiedendosi con quale demoniaca fattura i cristiani fossero riusciti a irretire quella giovane mente.
La sentenza fu subito emessa: Agnese doveva essere condotta nella piazza delle meretrici, denudata e lì lasciata per il pubblico piacere. Così, caricata su un traballante carro, la giovane cristiana venne condotta nella malfamata piazza, dove ogni più abominevole desiderio della carne poteva essere appagato.
Fu gettata in una cella aperta sulla strada e lì cominciarono a spogliarla. Ma, a mano a mano che le vesti le venivano tolte, i suoi capelli iniziarono a crescere a dismisura, finché la sua nudità fu ricoperta da una folta chioma, pesante e morbida come un prezioso mantello.
La voce che una giovane e bellissima donna era stata portata fra le meretrici attirò un gran numero di persone, ma chiunque guardasse nella cella di Agnese non vedeva altro che una luce abbagliante davanti alla quale non si poteva fare a meno di inginocchiarsi in deferente silenzio.
Il figlio del prefetto aveva seguito tutta questa vicenda con il cuore in tumulto, diviso fra un accecante amore e un odio altrettanto smisurato. 
Potrà sembrare assurdo che due sentimenti a tal punto contrastanti possano condividere lo stesso cuore, ma questa è l'altalena della luce e dell'ombra.
Così una sera, più che mai in preda all'ansia, cercò la compagnia degli amici più intimi con cui cenare e, soprattutto, spegnere nella coppa del vino il suo tormento. Era già notte fonda quando decisero di recarsi nella piazza delle meretrici per dare una bella lezione a quella sciocca cristiana.
Nella piazza si aggiravano ormai poche persone ciondolanti, più preda dell'alcol che del desiderio. Il luogo si presentava in tutto il suo squallore e le celle si affacciavano sul selciato come tante bocche nere e sdentate.
"Entrate voi e divertitevi quanto volete" disse il figlio del prefetto agli amici, mentre i suoi occhi si riempivano di una rabbia spaventosa.
"Sei sicuro di volerlo?" chiese uno di loro.
"Vi ho detto di entrare!" urlò il giovane.
Tornò il silenzio. Solo qualche ubriaco biascicava parole sconnesse e alcune donne ridacchiavano in un angolo.
Non passò molto tempo prima che il gruppo di giovani ritornasse dall'amico.
"Allora?" chiese questi cupo.
"Allora... niente!" risposero quelli con il volto sbiancato. "Dai retta a noi, andiamocene. Lei non è una donna come le altre. O è una dea o è un demone: certamente non appartiene alla terra ma all'Olimpo".
"Stupide femminucce, vi farò vedere io a chi appartiene!" e così dicendo il ragazzo attraversò di corsa la piazza e sparì nel buio.
Oltre quella soglia stava Agnese, la sua adorata Agnese che aveva osato respingerlo e alla quale ora lui avrebbe strappato dignità e vita. E lei era là, brillante come una stella nell'oscurità e altrettanto lontana. Il giovane si bloccò per un attimo soltanto, poi il solo vederla riaccese in lui una fiamma potente come quelle degli inferi.
Si slanciò su di lei come il lupo sul piccolo agnello, ma come le sue mani si posarono sul corpo di Agnese il giovane cadde a terra fulminato.
Quando lo aveva visto entrare, lei aveva tremato di paura, perché più di ogni altra emozione l'amore può manifestare una potenza dirompente; ma poi, guardando il giovane corpo immobile ai suoi piedi, Agnese provò una profonda pietà. Pensò in quel momento che forse aveva amato quel giovane, anche se non come lui avrebbe voluto.
Il prefetto fu subito informato di quanto era accaduto e si precipitò in preda all'angoscia là dove il figlio giaceva. Abbracciò il corpo senza vita e pianse a lungo.
Agnese lo stava osservando con tristezza quando lui le chiese fra i singhiozzi: "Perché hai colpito proprio lui e non gli altri? Perché proprio il mio ragazzo?".
"Non io l'ho colpito! Chi è entrato qui prima di lui ha percepito la presenza dell'angelo inviato da Dio per proteggere il mio corpo, ma solo tuo figlio, accecato dalla passione, ha teso le sue mani su di me e l'angelo lo ha colpito."
"Ora so che il Dio di cui parli è davvero presente e potente. Ti prego, Agnese, chiedigli di avere pietà e di restituirmi l'unico figlio!"
"Io posso chiedere, ma non è in mio potere cambiare ciò che deve essere. Se Dio lo vorrà, tuo figlio ti sarà restituito". Così Agnese si sedette sulle pietre del pavimento e prese nel suo grembo la testa del giovane romano; poi chiuse gli occhi e pregò.
Piccole gocce di sudore le imperlavano la fronte cadendo sul volto senza vita del ragazzo, mentre un alone di luce pareva giocare, accarezzando ora l'una ora l'altro.
Quando lui riaprì gli occhi, vide il volto pallidissimo di Agnese che lo stava guardando e le sorrise. Un'emozione intensa li unì per un breve attimo e da quel momento non si rividero mai più.
Mentre il giovane si rialzava sostenuto dal padre, un drappello di guardie irruppe nella piazza trascinando via Agnese, né qualcuno ebbe modo di salvarla.
Il prefetto e suo figlio, così come coloro che furono presenti al miracoloso evento, si convertirono al cristianesimo, ma dovettero fuggire in gran fretta da Roma e furono perseguitati per lungo tempo come traditori.
Agnese fu invece portata nella prigione del prefetto Aspasio, che la condannò al rogo. Ma, ancora una volta, l'angelo di Dio giocò un brutto scherzo ai suoi aguzzini. Ogni volta che il fuoco veniva acceso, le rosse lingue ardenti danzavano in ogni dove fuorché intorno al corpo della ragazza.
Il fuggi fuggi intorno alla pira era generale, pareva che ogni brace andasse alla ricerca di una persona prescelta e non la perdesse più di mira... successe un vero parapiglia mentre Agnese non veniva neppure lambita da una fiammella.
Aspasio era furente contro quella cristiana che aveva già portato abbastanza guai, trasformando persino il suo predecessore, insieme al figlio e ai suoi amici, in altrettanti fanatici di quel Dio che metteva scompiglio ovunque arrivasse. Era veramente troppo! Decise così che sarebbe stata sgozzata come un agnello.
Era giunto il suo tempo e così doveva essere. Agnese porse la sua gola al boia come l'agnello al macellaio... ma il sangue non scorre mai invano...»
«Scusa, ragazzo, ma non si viene in chiesa per dormire».
Il nostro studente si scosse intorpidito guardando di traverso il sacerdote che lo stava gentilmente scuotendo per una spalla.
«Ma, veramente, stavo ascoltando la storia di questa santa... Agnese, se non sbaglio...» rispose il ragazzo guardando verso l'altare.
«Sì, certo che è Agnese, ma qui da ore non entra nessuno; quindi non vedo chi possa averti raccontato la sua storia» rispose il prete, cominciando a guardare il ragazzo con più sospetto.
«Ma, reverendo, non ha visto una signora anziana seduta di fianco a me?»
«Assolutamente no; e adesso scusa ma ho da confessare. Se vuoi, fermati, ma fammi il piacere di non rimetterti a dormire!» e così dicendo si affrettò verso la sacrestia.
«Agnese...» bisbigliò il ragazzo e, guardando la splendida creatura che teneva tra le braccia la palma del martirio e l'agnello dell'innocenza, le sorrise. Si guardò subito intorno per accertarsi che nessuno l'avesse visto. 
Ora quel gesto gli sembrava sciocco, ma era stato così spontaneo, quasi familiare. 
Non riusciva a staccarsi da quel luogo, ma era tardi e doveva andare. Prima di uscire la guardò ancora... c'era qualcosa di strano... ma cos'era?

-  Leggenda attribuita a sant'Ambrogio - 
da: "Leggende Cristiane. Storie straordinarie di santi, martiri, eremiti e pellegrini", a cura di Roberta Bellinzaghi, © 2004 - Edizioni Piemme S.p.A. 


Buona giornata a tutti. :-)






giovedì 7 dicembre 2017

Papa Benedetto XVI racconta sant'Ambrogio - 7 dicembre 2017

Cari fratelli e sorelle,
il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire...». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita.

Ambrogio non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant’anni, essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile, assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica. Verso il 370 fu inviato a governare le province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne acclamato dal popolo Vescovo di Milano.

Fino a quel momento Ambrogio era il più alto magistrato dell’Impero nell’Italia settentrionale. Culturalmente molto preparato, ma altrettanto sfornito nell’approccio alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì nell’ambiente latino la meditazione delle Scritture avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica della lectio divina. Il metodo della lectio giunse a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio, che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana: «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale – dice il Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti – affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini» (I misteri 1,1). In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di Ambrogio – che rappresenta il nucleo portante della sua ingente opera letteraria – parte dalla lettura dei Libri sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere in conformità alla divina Rivelazione.

E’ evidente che la testimonianza personale del predicatore e il livello di esemplarità della comunità cristiana condizionano l’efficacia della predicazione. Da questo punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni di sant’Agostino. Egli era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano in ricerca e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo: una Chiesa capace di resistere alle prepotenze dell’imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del 386 erano tornati a pretendere la requisizione di un edificio di culto per le cerimonie degli ariani. Nell’edificio che doveva essere requisito – racconta Agostino –«il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni è preziosa, perché segnala  che qualche cosa andava muovendosi nell’intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi dell’eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni 9,7).

Dalla vita e dall’esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre sermone dell’Africano, che meritò di essere citato parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei Verbum: «E’ necessario – ammonisce infatti la Dei Verbum al n. 25 – che tutti i chierici e quanti, come i catechisti, attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi – ed è qui la citazione agostiniana – vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro”». Aveva imparato proprio da Ambrogio questo «ascoltare di dentro», questa assiduità nella lettura della Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la Parola di Dio.

Cari fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona patristica» che, interpretata alla luce di quello che abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore» della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un incontro certamente di grande importanza nella storia della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente impegnato con catervae di persone piene di problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era sempre una lunga fila che aspettava di parlare con Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza. Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi (cfr Confessioni 6,3). Di fatto, nei primi secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità singolare di lettura e di familiarità con le Scritture. Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il cuore si impegna a raggiungere l’intelligenza della Parola di Dio – ecco «l’icona» di cui andiamo parlando –, si può intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei cuori.

Così, stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte «per mestiere». Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene, scrittore particolarmente apprezzato da Ambrogio – egli deve essere come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace.

Come l’apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio – che mai si stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis! – Cristo è tutto per noi!» – rimane un autentico testimone del Signore. Con le sue stesse parole, piene d’amore per Gesù, concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus est nobis! Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce ... Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in Lui!» (La verginità 16,99). Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così beati e vivremo nella pace.

Papa Benedetto XVI presenta Sant'Ambrogio
Udienza generale a Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 ottobre 2007



Di nobile famiglia romana, nacque a Treviri nelle Gallie ove suo padre era prefetto e a pochi mesi di vita uno sciame di api portò alla sua bocca del miele. Ancora giovane, per la sua grande prudenza ed imparzialità, fu mandato governatore a Milano. 

Essendo in quel tempo rimasta vacante quella sede episcopale, vi erano grandi discordie tra cattolici ed ariani per l'elezione del nuovo Vescovo. Ciascuno lo voleva secondo la propria fede, e fu necessario l'intervento del governatore Ambrogio per pacificare gli animi. Ma appena Ambrogio comparve in mezzo alla folla, un bambino si diede a gridare: Ambrogio vescovo, Ambrogio vescovo, e subito dopo di lui, cattolici ed ariani unanimemente vollero l'elezione di Ambrogio. 
Essendo egli solamente catecumeno, dovette prima ricevere il battesimo, poi il sacerdozio e finalmente malgrado la sua umile riluttanza, la consacrazione episcopale. 
Eletto dunque vescovo, con cuore di padre governò le anime a lui affidate. 
Amorevole con tutti, si mostrava nello stesso tempo severo ed intransigente verso i nemici ostinati della Chiesa. 
Con la sua straordinaria perspicacia nella scelta dei pastori di anime, diede il colpo di grazia alla setta degli ariani. Questi eretici, riconoscendo Gesù Cristo solo come uomo, negavano recisamente la sua divinità. 
Ma se potenti erano gli eretici, più potenti furono i difensori suscitati da Dio per la integrità della fede. 
Frutti insperati raccoglieva il Santo coi suoi sermoni : va ricordata in modo speciale la conversione di S. Agostino. 
Stando una volta l'imperatore Teodosio nel presbiterio della chiesa, posto riservato unicamente ai sacerdoti, coraggiosamente mandò ad avvertirlo, ma con tale carità, che Teodosio ringraziò il santo vescovo di tale avvertimento. 
Allorché lo stesso imperatore osò entrare in chiesa dopo la strage di Tessalonica, Ambrogio glielo impedì, e quando l'imperatore per scusarsi addusse l'esempio del re Davide, il santo Vescovo coraggiosamente rispose : Se avete imitato Davide nel peccato, imitatelo anche nella penitenza. 
Finalmente, dopo molte lotte e sacrifici, andò a ricevere la corona delle sue fatiche in cielo, il 4 aprile dell'anno 397.




Sant’Ambrogio ripreso dal commento ai salmi: 
“Di buon mattino affréttati alla chiesa e porta in omaggio le primizie della tua devozione. Dopo, se l’impegno del mondo ti chiama, potrai tranquillamente dire: ‘I miei occhi hanno preceduto l’aurora per meditare sulle tue parole’, e andrai sicuro alle tue occupazioni. Come è bello cominciare dagli inni e dai canti, dalle beatitudini che leggi nel vangelo ! Com’è di buon auspicio che sia la parola di Cristo a benedirti e che tu, mentre ripeti cantando le benedizione del Signore, ti prenda l’impegno di realizzare qualche virtù…”.





Preghiere a Sant'Ambrogio

O glorioso Arcivescovo Sant'Ambrogio, che fuggiste sempre gli onori e le dignità, e solo le accettaste per non contraddire alle divine aspirazioni, che vi volevano modello di ogni virtù a tutti; ottenetemi, vi prego, di fuggire le mondane distinzioni, e di gloriarmi solo nel compiere esattamente la volontà del Signore. Pater, etc.
O glorioso Arcivescovo Sant'Ambrogio, che impiegaste tutta la vostra vita nel difendere la verità della fede, contro gli assalti dell'eresia e dell'empietà; ottenetemi, vi prego, la grazia di professar costantemente e difendere con intrepidezza fino alla morte quella santa religione di cui per divina misericordia ebbi la sorte avventurata di nascere. Pater, etc.
O glorioso Arcivescovo Sant'Ambrogio, che non temeste di predicare la verità anche in faccia ai potenti, e trionfaste dei cuori più ritrosi colla vostra eloquenza celeste: ottenetemi, Vi prego, la grazia che io non mi lasci mai dominare dagli umani rispetti; e che con la dolcezza del mio parlare e con la mansuetudine del mio tratto edifichi il mio prossimo nel mentre che attendo alla mia perfezione. Pater, etc.



Buona giornata a tutti. :-)




mercoledì 7 dicembre 2016

sant'Ambrogio - 7 dicembre 2016

Chi infatti, si propone di correggere i difetti della fragilità umana deve sorreggere e, in qualche modo, soppesare sulle sue spalle la debolezza stessa, non già disfarsene. Il pastore, quello ben noto del Vangelo, non ha abbandonato la pecora stanca, ma se l'è messa in spalla. 
Salomone dice: "Non essere troppo giusto". 
La dolcezza ha il compito, appunto, di lenire la giustizia. Con quale animo, infatti, si potrebbe sottoporre alle tue cure chi hai in antipatia ed è convinto che sarà non già oggetto di pietà, bensì di disprezzo da parte del suo medico?
Gesù ha avuto misericordia di noi non per allontanarci, ma per chiamarci a sé. E' venuto mite, umile. Ha detto: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati, e io vi ristorerò". 
Il Signore, dunque, guarisce senza eccezioni, senza riserve. 
A ragione, ha scelto discepoli che, interpreti del suo volere, raccogliessero e non tenessero lontano il popolo di Dio. Ovviamente, non sono da annoverare tra i discepoli di Cristo coloro i quali pensano che la durezza sia da preferire alla dolcezza, la superbia all'umiltà e che, mentre invocano per sé la divina pietà, la negano agli altri, come appunto fanno i dottori Novaziani che si fregiano dell'appellativo di "puri".

Quale tracotanza maggiore della loro? La scrittura dice che "neppure il neonato è immune da colpa"; David grida: "Mondami dal mio peccato". Dunque, i Novaziani sono più obbedienti al Signore di David, dalla cui gente Cristo ha voluto nascere, in virtù del mistero dell'Incarnazione? 
Più ligi verso Dio di David, alla cui posteriorità appartiene la reggia celeste, il grembo, cioè, della Vergine che ha ricevuto il Salvatore del mondo? 
Quale crudeltà maggiore del concedere la penitenza e, al tempo stesso, di sbarrarle il passo? 
Negare il perdono, infatti, cosa significa se non togliere ogni incentivo a pentirsi? Contrito di tutto cuore può essere soltanto chi nutre fiducia nella clemenza.

- Sant'Ambrogio, vescovo -
da: "La Penitenza"



L'angelo, che annunziava il mistero, volle garantirne la veridicità con una prova e annunziò alla vergine Maria la maternità di una donna vecchia e sterile, per dimostrare così che a Dio è possibile tutto ciò che vuole.
Appena Maria ebbe udito ciò, si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell'annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall'intima gioia. Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l'alto?
La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze.
Subito si fanno sentire i benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore. Infatti "appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, esultò il bambino nel seno di lei, ed ella fu ricolma di Spirito Santo" (cfr. Lc 1,41).
Si deve fare attenzione alla scelta delle singole parole e al loro significato. Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l'ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l'arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo del bambino.
Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia e il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e queste per un duplice miracolo profetizzano sotto l'ispirazione dei figli che portano.
Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma di Spirito Santo.
Non fu prima la madre a essere ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno di Spirito Santo, a ricolmare anche la madre.
Esultò Giovanni, esultò anche lo Spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito Santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che già era ricolma di Spirito Santo, si dice che allora il suo spirito esultò.
Colui che è incomprensibile, operava in modo incomprensibile nella madre. L'una, Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione.
"Beata - disse - tu che hai creduto" (cfr. Lc 1,45). Ma beati anche voi che avete udito e creduto: ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio e riconosce le sue opere.
Sia in ciascuno l'anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio. Se c'è una sola madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, poiché ogni anima riceve il Verbo di Dio, purché, immacolata e immune da vizi, custodisca la castità con intemerato pudore. Ogni anima che potrà mantenersi così, magnifica il Signore come magnificò il Signore l'anima di Maria, e il suo spirito esultò in Dio salvatore.
Come avete potuto leggere anche altrove: Magnificate il Signore con me (Sal 33,4), il Signore è magnificato non perché la parola umana possa aggiungere qualcosa alla grandezza del Signore, ma perché egli viene magnificato in noi. Cristo è l'immagine di Dio: perciò l'anima che compie opere giuste e pie, magnifica l'immagine di Dio a somiglianza della quale è stata creata, e mentre la magnifica, partecipa in certo modo alla sua grandezza e si eleva.

- Sant’Ambrogio,  Vescovo -
 Fonte: Dal "Commento su san Luca" di Sant'Ambrogio, vescovo (2,19.22-23.26-27; CCL 14,39-42)


Tutto è per noi Cristo. 

Se desideri medicare le tue ferite,
egli è medico. 

Se bruci di febbre, 
egli è la sorgente ristoratrice. 
Se sei oppresso dalla colpa, 
egli è la giustizia. 
Se hai bisogno di aiuto, 
egli è la forza. 
Se temi la morte, 
egli è la vita. 
Se desideri il cielo, 
egli è la via. 
Se fuggi le tenebre, 
egli è la luce. 
Se cerchi il cibo, 
egli è il nutrimento. 

Gustate, dunque, e vedete 
quanto è buono il Signore; 
felice l'uomo che spera in lui.

- Sant'Ambrogio - 




























Buona giornata a tutti. :-)